Nuova edizione de L’Inchiesta Sicilia – fondata nel Luglio del 1996 da un gruppo di giornalisti indipendenti

Melchiorre/Belzebù: a Palermo la scultura in vetro di Murano di Simone Mannino con Berengo Studio

L’opera di oltre 160 kg in vetro di Murano, realizzata con Berengo Studio, sfida gli stereotipi della tradizione vetraria e segna l’avvio verso Glasstress 2026, evento collaterale della Biennale di Venezia. Inaugura anche una nuova stagione artistica all’Ex Atelier: residenze internazionali tra Palermo, Istanbul, Parigi, Berlino e Tunisi. Così rinasce un vicolo e con lui uno spazio dimenticato.

di Redazione

L’Ex Oratorio di vicolo Sant’Orsola sede dell’Atelier Nostra Signora, nel cuore di Palermo, mercoledì è rimasto aperto ben oltre l’orario previsto. Dalle ore 18:00 alle 22:00 un flusso continuo e sorprendentemente trasversale di visitatori ha attraversato questo spazio settecentesco restituito alla città solo da pochi mesi, per assistere alla presentazione in anteprima di Melchiorre/Belzebù, la nuova scultura in vetro di Murano di Simone Mannino, realizzata in collaborazione con Berengo Studio. La storica fornace veneziana, da oltre trent’anni, porta il vetro d’arte dentro il linguaggio della contemporaneità, dialogando con artisti come Ai Weiwei, Tony Cragg, Anish Kapoor e Robert Wilson. L’opera — 160 kg di vetro trasparente, compatto e luminoso — è il risultato di più di un anno di lavoro condiviso con i maestri vetrai. Fa parte della serie “The Holy Family”, un corpus di figure nate da un immaginario grottesco che anticipa la partecipazione dell’artista alla prossima Glasstress Venezia 2026, mostra internazionale dedicata al vetro contemporaneo, evento collaterale ufficiale della Biennale di Venezia. È al tempo stesso una commissione di un importante collezionista internazionale e una delle prove più estreme della ricerca di Mannino sul rapporto tra immagine, teatro e metamorfosi della materia.

Un artista prestato al teatro.

L’artista racconta la genesi della serie con un linguaggio che porta dentro il teatro, la memoria del corpo, la trasformazione: «È un lavoro sul grottesco, non sul sacro. Nasce nel 2012, durante uno spettacolo creato per il Napoli Teatro Festival. Avevo realizzato maschere, animali, figure ibride, tutti oggetti scenici concepiti come vere opere d’arte. Nel tempo quelle forme sono cambiate: alcune sono diventate sculture, altre lampade, altre ancora hanno trovato una vita diversa. A un certo punto ho sentito la necessità di un materiale che fosse trasparente e insieme potente come un cristallo. Il vetro mi permette di spingere tutto al limite, di cristallizzare una forma che resta viva, attraversata dalla luce».

Il lavoro è stato una sfida anche per Adriano Berengo, che ha intrapreso con Mannino un percorso di ricerca condivisa. Lo racconta lo stesso artista nel documentario “The Holy Family”, prodotto da Berengo Studio e in uscita a Venezia in occasione di Glasstress: «Quando Adriano vide quelle sculture fuori misura mi disse: “Simone, non l’ho mai fatto. È una sfida che mi piace. Proviamoci”». La complessità del vetro, materia antica, arcaica, sempre prossima al rischio, ha ridefinito la relazione tra l’artista e la tradizione muranese. «Ci vogliono creativi come Mannino – racconta Adriano Berengo – che non temono di infrangere le regole e hanno la convinzione di seguire i propri sentimenti e intuizioni, per dare vita a opere che sfidano i preconcetti e forgiano una nuova vita per questo mezzo». Il progetto sfida gli stereotipi della lavorazione tradizionale del vetro, elevando il materiale a un vero medium dell’arte contemporanea. Mannino aggiunge: «Manipolare il vetro è come custodire il fuoco. Ti rendi conto di entrare in un sapere antico, prezioso, che sopravvive grazie a mani che lo proteggono. È un onore far tradurre le mie forme da maestri che custodiscono questo patrimonio. Per me è un atto di umiltà e di trasmissione».

Corpus Imaginum prorogata fino al 20 dicembre. 

La presentazione di Melchiorre/Belzebù ha segnato anche la proroga della mostra Corpus Imaginum – Le pitture nere alla quinta dell’ombra, primo grande progetto espositivo dell’Atelier Nostra Signora. Le grandi tele-lightbox che abitano l’Ex Oratorio hanno accolto la scultura come un nuovo corpo in dialogo con lo spazio, amplificando il percorso ascensionale della mostra: un viaggio dall’oscurità alla luce, dalla materia alla trasparenza, dalla ferita alla rivelazione. Il pubblico ha risposto con trasporto, sostando nella luce come nell’ombra e riconoscendo nell’opera un attraversamento più che una semplice visione. È il cuore della ricerca di Mannino: un’arte che non teme l’errore, che si espone, che resiste al tempo che abitiamo.

Un segnale di rinascita urbana. 

L’Ex Oratorio non riapre come semplice spazio espositivo, ma come organismo vivo: uno studio d’artista che diventa centro di ricerca, produzione e formazione. Il vicolo un tempo percepito come margine oggi si illumina insieme allo spazio, in dialogo con artigiani e botteghe della vicina via Calderai. È un luogo che si lascia guarire e, nel farlo, rigenera ciò che gli sta intorno. Da qui si apre una nuova stagione per Palermo: un triennio di tredici residenze che collegherà la città a Istanbul, Tunisi, Parigi, Berlino e al Mediterraneo, in collaborazione con Berengo Studio, Fondazione Studio Rizoma e altre realtà internazionali. Un circuito di produzione e scambio che restituisce a Palermo la sua vocazione naturale: essere ponte, officina, orizzonte.Un gesto di prossimità che include persone, architetture, memorie. Qui l’arte non sovrasta: mette radici.

Con questo secondo atto dedicato alla Luce e al Corpo, dove la pittura si fa scultura e la materia diventa, ancora una volta, rivelazione. Questo nuovo capitolo segna un passaggio: dalla superficie alla tridimensionalità. Da gennaio – dice Simone Mannino -, l’Atelier guarderà oltre la mostra, per aprirsi come palestra e centro di produzione, sperimenteremo un luogo dove la creazione si fa esperienza condivisa e dove il corpo torna a essere un gesto di resistenza e comunione. Le relazioni internazionali sono per me una linfa vitale: servono a non soccombere, a mantenere aperto il respiro. Vivere e creare in un’isola – e dentro un’isola interiore – significa avere una forte motivazione: amplificare lo spazio, trasformare il limite in orizzonte. Come succede anche a Venezia, questa collaborazione con Adriano Berengo ne suggella, in fondo, il manifesto”.

La natura ricca e variegata della pratica multidisciplinare di Simone Mannino era qualcosa che sapevo avrebbe creato un dialogo stimolante con i maestri del vetro di Berengo Studio – afferma Adriano Berengo -. Mannino non ha paura di avventurarsi in territori sconosciuti, di esplorare e sperimentare per trovare il contenitore giusto per un’idea. Questo spirito coraggioso lo ha portato al vetro, un materiale che offre possibilità in continua espansione, soprattutto nel campo dell’arte contemporanea. Ci vogliono creativi come Mannino, che non temono di infrangere le regole e hanno la convinzione di seguire i propri sentimenti e intuizioni, per dare vita a opere che sfidano i preconcetti e forgiano una nuova vita per questo mezzo”.

Simone Mannino (Palermo, 1981) è pittore, scultore, scenografo e regista teatrale di origini siciliane.
Vive e lavora tra Italia, Francia e Tunisia. La sua ricerca è caratterizzata da un forte impatto visivo e da una produzione artistica ampia e complessa, che attraversa i campi delle arti visive e performative.
Con un approccio interdisciplinare maturato all’interno del linguaggio teatrale, le sue opere nascono come esperienze totali, dove estetica, emozione e concetto si fondono. Attraverso la materia, la luce e il corpo, Mannino ridefinisce i confini percettivi e simbolici dell’immagine, trasformando l’arte in un gesto poetico e in uno strumento di riflessione spirituale e sociale.

Berengo Studio è una delle realtà più prestigiose nel panorama internazionale del vetro d’arte contemporaneo. Fondato nel 1989 da Adriano Berengo a Murano (Venezia), il laboratorio ha rinnovato la tradizione vetraria veneziana promuovendo collaborazioni con artisti di fama mondiale – da Ai Weiwei a Tony Cragg, Jan Fabre, Laure Prouvost, Thomas Schütte, Jannis Kounellis, e molti altri. Attraverso il progetto Glasstress, Berengo Studio ha aperto il linguaggio del vetro alla sperimentazione contemporanea, portando la materia oltre il suo valore artigianale per farne un medium concettuale e scultoreo, con mostre in tutto il mondo.

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