Qualche anno dopo essermi trasferita a Palermo, feci un sogno piuttosto impegnativo.
Mi trovavo in una cava, un luogo da cui si estraeva materiale destinato all’edilizia. Una voce mi disse che sotto i miei piedi riposavano le spoglie di due antiche divinità femminili. Abbassai lo sguardo e, incredibilmente, mi accorsi di poter vedere attraverso gli strati della terra. Davanti ai miei occhi comparvero le due antiche sepolture e il modo in cui quelle divinità erano state deposte.
Questa volta furono proprio loro a parlarmi. Mi chiesero di salvare e custodire le loro spoglie. Ebbi l’impressione che temessero lo scavo dell’uomo, capace di riportare alla luce, spostare e trasformare senza interrogarsi su ciò che lo ha preceduto.
Compito arduo
Mi svegliai con la sensazione di aver ricevuto un compito assai complesso. Non sono una storica, né tantomeno un’archeologa. Non avevo idea di cosa potesse significare custodire delle antiche spoglie, né, soprattutto, come renderle vive e accessibili alle donne del XXI secolo senza ricorrere a una ruspa.
In quel periodo, seppur da lontano, il mio sguardo era ancora rivolto alla Sardegna: al folklore, ai miti nuragici, al culto primordiale della Dea Madre Sarda, o, come amo chiamarla, la Nostra Signora delle Acque.
Poco tempo dopo quel sogno visitai i siti archeologici di Segesta e Selinunte. Cominciai inoltre a salire ogni anno sul Monte Erice, quasi fosse la meta di un piccolo pellegrinaggio personale, per raggiungere il Castello di Venere, costruito sulle rovine dell’antico santuario dedicato alla Dea. Fu allora che iniziai ad abbozzare le mie prime ricerche sui temenos che incontravo in questa splendida isola.
Forse vi starete domandando perché proprio i temenos e non i templi.
Passione per le divinità si intreccia con quella per giardini
La risposta è semplice: la mia passione per le divinità si intreccia da sempre con un’altra passione, quella per i giardini e i balconi fioriti.
Sebbene conosciamo grandi paesaggisti e celebri giardinieri, nel quotidiano il rapporto con il verde, con i vasi, con le piante che crescono e vengono curate è stato spesso affidato alle donne. Per secoli molti giardini sono stati pensati anche come luoghi di raccoglimento, dove dame e regine potevano ritrovare se stesse.
Fu così che iniziai a studiare Umberto Pestalozza, uno dei più importanti storici italiani delle religioni. Tra i suoi libri, quello che porto più nel cuore è I miti della donna-giardino. Poi arrivarono Marija Gimbutas, Momolina Marconi, con testi come Il linguaggio della Dea e Da Circe a Morgana. In quelle pagine scoprii che quasi ogni dea custodiva un fiore, una pianta o un giardino capace di raccontarne la natura più profonda.
Legame tra divinità, giardini, donne e temenos divini
È qui che, almeno per me, nasce il legame tra divinità, giardini, donne e temenos.
τέμενος (témenos) è un termine greco che deriva dal verbo τέμνω (témnō), “tagliare”, “separare”, “delimitare”. Il temenos era una porzione di terra sottratta al territorio comune e consacrata a una divinità. Non era dunque il tempio in sé, ma uno spazio sacro che poteva racchiudere un tempio oppure farne completamente a meno.
Il cuore rituale del temenos era quasi sempre l’altare all’aperto, dove si svolgevano sacrifici, offerte e cerimonie. Molti di questi luoghi godevano inoltre del diritto d’asilo: chi riusciva a rifugiarsi al loro interno era posto sotto la protezione della divinità e non poteva essere trascinato via senza commettere sacrilegio.
Dal punto di vista simbolico e antropologico, il temenos rappresenta una delle più antiche espressioni dello spazio liminale. Attraversarne il confine significava uscire dal tempo ordinario per entrare in un luogo governato da leggi differenti. Non quelle della produttività, della fretta o del possesso, ma quelle della natura, dei suoi ritmi, dei suoi cicli e del mistero della vita, dinanzi ai quali l’essere umano riscopre tutta la propria misura.

Solo la separazione del luogo fisico dispone all’incontro con il sacro
Solo in uno spazio così separato il corpo e la mente possono disporsi all’incontro con il sacro.
Carl Gustav Jung riprese il termine temenos per descrivere quello spazio protetto nel quale, durante il percorso analitico, può avvenire la trasformazione interiore. Un recinto simbolico entro cui è finalmente possibile incontrare se stessi.
Molti dei temenos dedicati alle divinità femminili custodivano inoltre riti riservati alle donne. In una società che limitava fortemente la loro presenza nello spazio pubblico, questi santuari rappresentavano una preziosa eccezione. Sacerdotesse, anziane, madri e giovani in fase di iniziazione trasmettevano conoscenze che non appartenevano ai libri, ma ai gesti, alla memoria e all’esperienza condivisa. Ogni dea accompagnava l’attraversamento di una soglia diversa dell’esistenza, e le donne insegnavano ad altre donne come riconoscerla e attraversarla.
Serve ancora il Temenos Divini per riunirsi?
Oggi, fortunatamente, non abbiamo più bisogno di un temenos per poterci riunire, parlare o essere ascoltate. Eppure, a mio avviso, ci siamo allontanate da quello spazio interiore. È un po’ come accade a una pianta quando viene separata dalla sua sorgente: continua a vivere, ma lentamente si inaridisce. Forse ciò che rischiamo di perdere non è soltanto una tradizione, ma una parte della nostra antica sapienza femminile.
Ancora oggi il temenos può diventare il simbolo di un gesto radicale: ritagliare uno spazio che non appartenga a nessun altro e consacrarlo. Un luogo, fisico o interiore, da abitare in solitudine oppure insieme ad altre donne, dove l’ascolto reciproco, l’esperienza condivisa e la memoria possano trasformarsi in forza.
Se questa rubrica incontrerà il vostro interesse, vorrei provare ad adempiere al compito che, quella notte, mi è stato affidato: custodire simbolicamente le antiche divinità della Sicilia.
Vi accompagnerò attraverso l’Isola, alla scoperta dei temenos dedicati al femminile. Cercheremo insieme le radici delle dee, ma forse, lungo il cammino, riconosceremo anche qualcosa di noi stesse. Perché ogni donna, prima o poi, incontra un luogo in cui sente di essere tornata a casa.









