Nuova edizione de L’Inchiesta Sicilia – Testata di approfondimento fondata nel Luglio del 1996 da un gruppo di giornalist* indipendenti

La peste che venne dal mare e dal sesso

A pochi giorni dalle celebrazioni per Rosalia, la Santa Patrona di Palermo, quest'anno il 400° Festino per la città, ecco un contributo della scrittrice Sara Favarò che, anche nel suo libro "Santa Rosalia", appena uscito, ci racconta della peste che funestò il capoluogo siciliano, sconfitta con la fede che si lega ai riti e alle leggende su quella che, per i suoi concittadini, è sempre stata la "santuzza"

di Sara Favarò

Nel maggio del 1624 un vascello proveniente da Tunisi attraccò al porto di Palermo. Il comandante, Maometto Cavalà, portava con sé doni del sovrano di Tunisi, Mourad Bey, da consegnare al viceré della Sicilia. A bordo c’erano anche cristiani che erano stati riscattati dalla prigionia dei pirati barbareschi.
Il viceré della Sicilia in quel periodo era Emanuele Filiberto di Savoia che, nel 1622, era diventato viceré per volontà di Filiberto IV, successore di Filiberto III, padre della moglie del Savoia. Nessuno, però, avrebbe mai pensato che il vascello portava un carico di morte, il cui nome era “peste”.

Il vascello che non avrebbe dovuto neanche avvicinarsi alla costa

Il Pretore di Palermo, don Vincenzo del Bosco, duca di Misilmeri, aveva negato il permesso al vascello di attraccare nel porto di Palermo e di sbarcare il prezioso carico destinato al viceré. Nonostante l’avvertimento di un’infezione grave a bordo, la sua voce fu ignorata. Il Galeone attraccò per ordine del viceré, su consiglio del suo segretario Navarra.
Dei marinai portarono al viceré un enorme tappeto, di grande valore, che si rivelò portatore di morte. La peste si diffuse rapidamente, causando morte e paura. Tra le vittime vi furono anche il viceré e il suo segretario.
Contribuirono molto al diffondersi del morbo anche i funerali svolti in memoria del viceré
Per quindici giorni il suo cadavere fu esposto nella cappella di San Pietro del Palazzo Reale, ovvero nella cappella Palatina, dove una moltitudine di gente si recò, per amore o per curiosità, a rendergli onore. Il cadavere era sorvegliato da guardie e da preti che officiavano continuamente messe di requiem, affollate da inconsapevoli futuri appestati.
Nel quartiere Fieravecchia di Palermo, allora svolgeva quello che viene definito “il mestiere più antico del monto”, una ben nota meretrice, ed è da lei che i marinai sbarcati dal galeone fecero subito tappa.
La peste trovò, così, una buona via di propagazione anche nei maschi palermitani che, a loro volta, contagiarono i congiunti.

L’Acchianata al Santuario di Monte Pellegrino

Invocate le quattro sante protettrici di Palermo, ma solo una fu determinante

Per la Chiesa fu facile dare la colpa della peste alla cupidigia e ai vizi degli uomini ed ecco che la malattia assunse il ruolo di “castigatrice” delle anime infedeli. Più la peste aumentava e più si organizzavano messe e processioni per invocare le quattro Sante protettrici della città ma, chiaramente, più la gente si riuniva e più si favoriva il contagio.
Il popolo cominciava a perdere la fede, santa Cristina, santa Ninfa, sant’Agata e sant’Oliva non avevano aiutato i palermitani a scrollarsi di dosso quella terribile epidemia, anzi la peste, invece di diminuire, aumentava sempre più. Ed ecco all’improvviso affiorare un’altra Santa a cui rivolgere le proprie preghiere. Si disse che, durante una processione, un prete invocò ad alta voce santa Rosalia. La vergine eremita, vissuta quattrocento anni prima, aveva concluso la sua vita sul Monte Pellegrino.
Bastò questo perché la fede riaffiorasse vivida nei cuori dei penitenti. La fede era salva e ben presto lo sarebbe stata anche Palermo.

La donna della Fieravecchia, Leonarda Nicotra, “ispirata dallo Spirito Santo”, come dichiarato dagli allora uomini di fede, decise di abbandonare la prostituzione e, poiché “tutto è bene quel che finisce bene”, la donna concluse la sua vita in gloria: donò tutti i suoi averi ai poveri e finanziò il matrimonio di una ragazza orfana. Inoltre, si offrì di assistere gli ammalati di peste nel lazzaretto di Palermo.

Il Senato palermitano decise che, se la donna fosse sopravvissuta, avrebbe ricevuto un sostegno finanziario per la vita futura, da trascorrere in un monastero della città.
Anche il galeone che tanta morte aveva trasportato venne “purificato”: il cardinale Giannettino Doria ordinò che il vascello fosse affondato fino a quando il mare non avesse depurato completamente le sue parti. il 13 novembre 1624, i resti del vascello, furono messi in vendita.

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