Nuova edizione de L’Inchiesta Sicilia – fondata nel Luglio del 1996 da un gruppo di giornalisti indipendenti

Desirée Alagna: un lungometraggio di talento

Difficoltà, sfide, montagne da scalare. Quando la donna cerca di affermarsi nella cinematografia, come in altri campi, è sempre tutto più complicato. Ma quando raggiunge i propri traguardi, come Desirée Alagna, giovane e affermata cineasta siciliana, vengono fuori soltanto capolavori

di Patrizia Romano

La storia della cinematografia ci rimanda a un ruolo della donna sempre davanti l’obiettivo della telecamera. Negli ultimi anni, assistiamo a un risvolto dei ruoli, che, sempre più spesso, pone la donna, anche dietro la macchina da presa.
Un grande traguardo raggiunto con un lungometraggio di sacrifici, rinunce, difficoltà, ma anche tanto talento. Un talento soffocato dai soliti antichi retaggi culturali che nei secoli hanno sempre rilegato la donna a ruoli secondari, subordinati a una visione maschilista in tutti i settori.
Finalmente, nel mondo della cinematografia, il numero delle registe e delle produzioni dirette al femminile crescono.

Anche la Sicilia vanta produzioni di qualità al femminile. Cominciano ad affacciarsi giovani cineaste di grande talento e piene di prospettive.

Desirée Alagna: un giovane talento

Abbiamo voluto parlare delle difficoltà, dei traguardi, delle sfide vissute dalle donne regista con una giovane e brillante regista, sceneggiatrice e montatrice siciliana, Desirée Alagna.

Nata a Castelvetrano nel ’93 e formatasi prima all’Accademia di Belle Arti di Brera e, poi, presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo, Desirée Alagna si è fatta subito notare con lavori documentaristici e cortometraggi di successo. Tra questi, l’apprezzato N’s Last Game presentato al Sicilia Queer filmfest e al Bellaria Film Festival, con il quale conquista il premio della giuria internazionale della 16a edizione del festival.
Questa recente produzione rappresenta per noi, l’opportunità per percorrere un viaggio attraverso la memoria simulata, formati audiovisivi diversi e contraddittori, che si combinano per dare vita a un ricco mondo di immagini che arricchisce il cinema. Un mondo di cui parleremo con la nostra regista, nel corso della nostra intervista.

Un percorso in salita che comincia dalla passione

Ma per conoscere meglio Desirée Alagna, cominciamo con il chiederle

Quando comincia la sua passione per questo lavoro? Direi che è stato sempre uno dei miei interessi e ad un certo punto ho avuto l’opportunità di dargli più spazio, frequentando il Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo e diplomandomi in cinema documentario. Per me non è stato un percorso lineare, anche se la relazione con le immagini ha sempre occupato un posto importante nella mia espressione artistica. La relazione con la mia pratica è una cosa di cui sono grata che mi ha molto nutrito e offerto opportunità di connessione con le altre persone, per quanto sia complesso e purtroppo non economicamente sostenibile fare cinema indipendente e sperimentale. Il lavoro culturale è poco valorizzato, sostenuto e retribuito per usare un eufemismo

Il valore di un riconoscimento internazionale

Quali sensazioni suscita un riconoscimento internazionale, come quello conferitole dal Sicilia Queer Filmfest, a una ragazza proveniente dal Sud?

Sono felice e molto grata di questo riconoscimento, significa molto soprattutto per il fatto che questo è un film per me vulnerabile, e che sia stato premiato negli stessi luoghi della mia formazione è davvero commuovente. Per me è importante anche perché ho stima del Sicilia Queer Filmfest, questa edizione è stata molto interessante, mi ha dato l’opportunità di venire a contatto con alcuni lavori preziosi. Inoltre, è un festival che sento molto vicino perché condivido la loro definizione di cinema Queer: non normato, alternativo, che sfugge a schemi rigidi, che non si piega a leggi di mercato.

Un film orientato


Apprezzo moltissimo che ci sia stato spazio per un film che ha un chiaro posizionamento politico su un tema molto delicato che è quello della violenza psichiatrica. Se parliamo di sud per altro è importante dire che la Sicilia ha il più alto tasso di trattamenti sanitari obbligatori. Il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) è una procedura medico-legale che impone “cure” e ricoveri forzati, a cui si ricorre soprattutto per contenere le persone in un momento di crisi in cui sono considerate pericolose per sé o per gli altri. Parlare di cura in un contesto di coercizione rappresenta un’enorme contraddizione in termini.

Un trattamento disumano

Il TSO non è mai un approccio utile né dignitoso. E’ disumano imporre qualsiasi cosa ad un’altra persona ed è paradossale che in questa procedura violenta esista una presunzione di cura. Trovo che, oltre ad essere disumano, sia profondamente classista considerarsi in diritto di determinare che cosa può essere utile per qualcun altro. In Sicilia i TSO sono il doppio della media nazionale: se consideriamo le circostanze socio politiche del meridione, il modo in cui il nostro territorio è da sempre stato sfruttato, e i suoi abitanti oppressi e marginalizzati questa statistica ha molto senso.

Concetto riduttivo

E’ importante porsi delle domande sulla natura riduzionista del concetto di malattia mentale così come la consideriamo. Banalmente la povertà, l’abbandono, l’isolamento e l’assenza di possibilità non sono condizioni che supportano una buona salute, al contrario. Questo non nega la sofferenza psichica delle persone, ma è sempre molto importante considerare le condizioni materiali che creano o amplificano quel disagio. Privare le persone della propria autonomia non ha nulla di scientifico né di accettabile e non è possibile che sia letto nella cornice di una pratica di cura, o di un’assistenza medica. Ci tengo a sottolineare che queste osservazioni sono frutto di riflessioni politiche collettive, fatte di incontri tra persone sopravviventi alla violenza psichiatrica che contribuiscono alla lotta con la loro esperienza incarnata.

N’s Last Game


Vogliamo parlare di N’s Last Game, per il quale le è stato riconosciuto il premio da una giuria internazionale?
Volentieri! Il film è nato nel contesto della residenza dell’archivio AAMOD, Suoni e Visioni. In quel periodo sono venuta a conoscenza di una persona esistita nella mia famiglia di origine. Morta 30 anni prima della mia nascita, fu considerata pazza e psichiatrizzata. Questa persona fu uccisa con un Trattamento Sanitario Obbligatorio, fatto che non rappresenta purtroppo un’eccezione. Questo mio familiare aveva una relazione positiva con delle presenze e delle voci: voci di alieni da altri mondi e di santi. In un’altra cultura forse sarebbe stato “colui che parla col cielo”. Una persona spirituale a cui chiedere consiglio. Ma in quella in cui è cresciuto, la sua percepita devianza e la sua manifesta sofferenza gli hanno procurato un reiterarsi degli abusi subiti e una medicalizzazione forzata. In un contesto in cui i segni della violenza subita vengono chiamati sintomi, coltivare una relazione con la propria “follia” è una forma di resistenza.

Storia di una follia

Questa è una possibile storia di follia, non credo che tutte le declinazioni di diversità di una mente abbiano una radice traumatica. E in ogni caso la diversità non va patologizzata. N (come Non Noto sui documenti che stabiliscono la genitorialità) nasce dalla mia esperienza e da quella del mio parente. Nel film è alla fine della sua vita, sta per morire a seguito di TSO. Prima della sua morte si ricongiunge con Vega, una delle sue voci, quella di un alieno amico.

La naturalezza dell’immaginazione

Per me è stato naturale immaginare che il luogo in cui si risveglia la coscienza di N fosse uno spazio ben definito. Uno spazio, all’interno del videogioco The sims 4. Un gioco di simulazione in cui N, reso alieno in ogni sua circostanza, potesse approdare su un pianeta in cui celebrare e fare il funerale alla sua vita. Ma anche rivisitare i momenti di gioia e di autodeterminazione, validare i suoi dolori e la violenza subita. Vega, che gli fa da testimone, lo incoraggia a congedarsi con coraggio dalle cose che ha amato, ricordandogli che la sua vita ha un valore. Ho usato l’archivio AAMOD e NASA, alcuni videogiochi e medical imaging 3d per comporre l’immaginario di N. I ricordi di vissuti ormai mescolati con i suoi sogni e i suoi panorami emotivi. Gli spazi digitali che ha abitato da bambino in cui si è rifugiato.

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