Tra le ultime in Italia, la Sicilia è tra le Regioni in cui si registra uno dei tassi più bassi di allattamento.
Infatti, nell’Isola, la durata media dell’allattamento è di circa 3,5 mesi, contro il 17 per cento di bambini che non hanno mai vissuto questa esperienza. Esperienza, che sembra rimanere unica nel processo di crescita.
Dati poco confortanti
I dati sono decisamente sconfortanti. Circa il 75 per cento delle mamme siciliane, in un primo momento, inizia l’allattamento. Tale percentuale, sembrerebbe, apparentemente, una percentuale alta. Nel giro di pochissimi mesi, però, questa percentuale scende drasticamente.
Forte divario tra Nord e Sud sul piano dell’allattamento
Il divario tra il Sud (in tempi remoti, considerata l’area in cui l’allattamento era più diffuso) e il Centro-Nord Italia è molto forte.
Spinti, probabilmente, da ragioni economiche, l’allattamento era molto diffuso. Altrettanto diffuso, secondo quanto tramandato dalle nostre nonne, era la figura di quella che, oggi, chiamiamo ‘donatrice ‘ di latte. Si tratta di donne che hanno una maggiore produzione di latte e lo donano ad altre che hanno una produzione inferiore. In molti Paesi, soprattutto, del Sud America, questa pratica è ancora molto diffusa. Qui, infatti, i bambini ruotano nella tribù per essere nutriti in maniera equa. Questo rende, comunque, il peso sulla madre meno faticoso.
In Sicilia, oggi, desta quasi indignazione.
Allattamento in Sicilia, percentuali più basse d’Italia
La Sicilia è tra le Regioni in cui si registra il più alto tasso di disoccupazione femminile. Ciò lascerebbe presupporre una maggiore disponibilità di tempo da parte delle neo mamme a dedicarsi all’allattamento.
Perché la Sicilia è, invece, tra le Regioni con la percentuale più bassa?
Bisogna partire da un equivoco molto diffuso: non esiste una relazione automatica tra “più tempo disponibile” e una maggiore capacità di prendersi cura. Pensare che una minore occupazione femminile favorisca l’allattamento significa semplificare una realtà molto più complessa. Anzi, spesso accade il contrario: nei contesti di maggiore fragilità economica e sociale si indeboliscono proprio le condizioni che rendono possibile una cura consapevole e sostenuta.
Le cause ostative all’allattamento in Sicilia
In Sicilia, il nodo centrale non è il tempo delle donne, ma la rete di supporto che dovrebbe accompagnarle. Quando una madre lascia il punto nascita senza un accompagnamento reale e un sostegno concreto, quando i servizi territoriali non garantiscono continuità e non riescono a prendersi carico della relazione tra madre e bambino, quando l’allattamento viene lasciato alla sola iniziativa e responsabilità individuale, si produce disuguaglianza sanitaria.
L’allattamento, infatti, non è una scelta privata e isolata: è un indicatore della qualità dei servizi, della continuità assistenziale e, più in generale, della giustizia sociale di un territorio.
La complessità dell’allattamento in Sicilia
Rispondere in modo semplice a questa domanda non è possibile, perché l’allattamento è influenzato da fattori molteplici e interconnessi. È, a tutti gli effetti, una questione politica, sociale, culturale, ecologica ed etica. Proprio questa sua natura trasversale ne determina la complessità.
Le industrie dei sostituti del latte materno
A questo si aggiunge il ruolo, spesso poco visibile ma molto incisivo, dell’industria dei sostituti del latte materno, che nel tempo ha esercitato una forte influenza sulle politiche e sull’immaginario collettivo. Già a partire dagli anni ’70, attraverso strategie di comunicazione e pressione, si è diffusa l’idea che la formula (erroneamente chiamata dai più latte artificiale) fosse un’alternativa equivalente all’allattamento materno, contribuendo a modificarne la percezione sociale.
Il ruolo della comunità
Infine, c’è un elemento decisivo: la comunità. Dove manca un contesto accogliente e competente, l’allattamento difficilmente può consolidarsi. I dati lo mostrano chiaramente: in Sicilia allattano poco più di 2,6 donne su 10. Non si tratta di dati neutri. È il segno di un divario che attraversa il Paese e che continua a tradursi in opportunità di salute diseguali.
Le differenze tra territori, anche all’interno dello stesso Paese, restano profonde. Nascere a Palermo o a Trento può ancora tradursi in opportunità di salute molto diverse, fin dai primi giorni di vita. E non dovrebbe esserlo.
Il ruolo delle istituzioni
Quali iniziative vengono promosse sul piano istituzionale per promuovere l’allattamento naturale?
Le iniziative istituzionali per promuovere l’allattamento esistono, e da anni. Linee guida del Ministero della Salute, programmi internazionali validati come gli “Ospedali Amici dei Bambini” promossi da OMS e UNICEF, una rete di consultori familiari che dovrebbe accompagnare le madri prima e dopo la nascita.
Il problema è che tutto questo, troppo spesso, resta sulla carta.
Perché?
Promuovere l’allattamento non significa moltiplicare i documenti. Significa scegliere da che parte stare. O si costruisce un sistema coerente, pubblico e libero da condizionamenti, oppure si continuerà a produrre disuguaglianze — perfettamente evitabili — fin dai primi giorni di vita.
Decidere da che parte stare
Accade così che l’ospedale lavori con standard non aggiornati o in condizioni strutturali carenti, mentre il territorio non riesce a garantire la continuità dell’assistenza. Il risultato è che molte madri vengono lasciate sole proprio nei primi giorni, quelli decisivi per l’avvio e il mantenimento dell’allattamento. È in questo passaggio che si consuma, spesso, la perdita dell’allattamento esclusivo.
L’allattamento in Sicilia presenta maggiore frammentazione
In Sicilia questa frammentazione è ancora più evidente: le iniziative sono poche, disomogenee, e prive di un coordinamento efficace. Il terzo settore prova a colmare i vuoti, ma non può sostituirsi alle istituzioni.
E mentre le raccomandazioni nazionali e internazionali indicano chiaramente la direzione, nella pratica quotidiana accade ancora che, subito dopo il parto, accanto alla madre compaia un biberon di formula artificiale, senza indicazione clinica.
Succede che le madri tornino a casa senza alcun supporto strutturato. Succede che i consultori non abbiano risorse sufficienti per garantire un accompagnamento reale.
Un fallimento del sistema
Non è una svista, è un fallimento del sistema. È il segno di una cultura assistenziale che non ha interiorizzato — o non ha scelto di applicare — ciò che le evidenze indicano da decenni.
In questo vuoto, le responsabilità si spostano silenziosamente sulle donne. L’allattamento viene raccontato come una decisione individuale, mentre vengono sistematicamente indebolite le condizioni che lo rendono possibile. È una narrazione comoda, perché deresponsabilizza le istituzioni.
Non viene fatta formazione
Ancora più problematico è il tema della formazione. In assenza di un investimento pubblico solido e indipendente, una parte dell’aggiornamento degli operatori sanitari continua a essere sostenuta, direttamente o indirettamente, da interessi commerciali legati ai sostituti del latte materno. Un conflitto che dovrebbe essere inaccettabile in ambito sanitario.
Le conseguenze ricadono sulla mamma e sul bambino
Promuovere davvero l’allattamento naturale significa, allora, fare una scelta politica precisa: investire nei servizi, garantire indipendenza, costruire continuità assistenziale, sottrarre la salute alle logiche di mercato.
Tutto il resto — campagne, slogan, documenti — rischia di restare superficie. E intanto, ancora una volta, il prezzo viene pagato dalle madri e dai bambini.
Sportelli Allattamento
Cosa sono gli Sportelli Allattamento?
Sono quello che manca, in modo strutturato e competente. Gli sportelli allattamento non sono un dettaglio organizzativo: sono un dispositivo politico-sanitario. Significano una cosa molto semplice: non lasciare sola una donna nei giorni in cui si costruisce la salute di un bambino. Sono luoghi di prossimità dove competenza sanitaria e ascolto si incontrano. Ma soprattutto sono uno strumento di riduzione delle disuguaglianze: perché colmano il vuoto tra ospedale e casa, che è il punto in cui oggi si perde più frequentemente l’allattamento. Sono ciò che negli anni i gruppi di sostegno alla pari come il nostro hanno provato a fare, ma con una differenza non di poco conto: noi abbiamo operato in modo volontario, informale, costruendo spesso relazioni basate sulla fiducia tra donne e alla pari. Gli sportelli invece devono diventare una responsabilità pubblica, libera da interessi commerciali, stabile, strutturata e accessibile a tutte, non dipendente dalla fortuna di trovare una rete attiva o una comunità sensibile. Perché la salute non può essere lasciata al caso o alla buona volontà, ma deve essere garantita.
Cercando sul sito dell’ASP si ritrova questa terminologia al seguente link: https://www.asppalermo.org/allattamento/
Controindicazioni all’allattamento naturale
Esistono donne con controindicazioni mediche all’allattamento.
Quali sono?
Le controindicazioni per l’allattamento esistono (vedi il documento agalattia e ipogalattia), ma sono poche, ben definite e vanno valutate dagli operatori sanitari. Io però non entro nel merito clinico, perché il ruolo di una mamma alla pari è un altro. Noi interveniamo là dove non c’è una controindicazione medica, ma c’è una difficoltà reale. La fatica, il dolore, il dubbio, la mancanza di informazioni coerenti.
Mancanza di sostegno
Ed è importante dirlo con chiarezza: la maggior parte dei mancati allattamenti oggi avvengono non per controindicazione medica, ma per assenza di sostegno. Il lavoro tra pari serve esattamente a questo. Non a sostituirsi al medico, ma a restituire fiducia, strumenti e continuità alle donne in un momento in cui il sistema sanitario si ritrae troppo precocemente. Perché tra il “posso allattare” e il “ci riesco” c’è tutto il contesto intorno. E allora la questione diventa inevitabilmente politica, se sappiamo che le controindicazioni sono rare ma le rinunce sono tante, il problema non è nei corpi delle donne o dei bambini, ma nel sistema che non li sostiene.
Il parere degli esperti sull’allattamento
Cosa suggeriscono gli esperti, in genere operatori sanitari, sulle alternative all’allattamento?
Preferiremmo rispondere alla domanda, spostando il focus non sul cosa ma sul COME gli esperti e gli operatori sanitari suggeriscono le alternative all’allattamento. È un problema capitale e troppo poco percepito il conflitto di interessi che coinvolge gli operatori e il personale medico a tutti i livelli. Interi reparti ospedalieri, dipartimenti universitari, professionisti della salute, infatti, ricevono denaro dalle multinazionali produttrici di formule artificiali e baby food in genere sotto forma di finanziamenti per ricerche o attrezzature, sponsorizzazioni per convegni ed eventi scientifici, campioni di prodotti e merchandising. Questo apre degli scenari in cui è evidente il conflitto di interesse, perché ovviamente queste forniture e questi finanziamenti non sono disinteressati e condizionano, in maniera più o meno consapevole e dichiarata, il parere dei sanitari, le ricerche scientifiche, con effetti che riguardano in ultimo le famiglie e la salute dei bambini.
Famiglie vulnerabili
Vale la pena ricordare che le famiglie dei bambini piccoli e dei neonati sono soggetti in situazioni di fragilità, madri vulnerabili che non hanno sostegno o assistenza, padri i cui congedi di paternità sono talmente esigui da non consentire un tempo di cura sufficientemente ampio. Famiglie che vivono in una comunità familiare e sociale poco coesa che non supporta i nuclei genitoriali più fragili. Tutti questi fattori mettono a dura prova la tenuta, anche psicologica, delle famiglie e si sovrappongono a un modello culturale e di consumi che considera per citare alcuni esempi l’allattamento come una sorta di “schiavitù” o le formule artificiali come equivalenti al latte materno, anziché come cibi da usare in situazioni cliniche ben determinate o di vera necessità, al pari dei farmaci.
Influenza sulla salute della mamma e del bambino
Quanto influisce sul piano della salute della mamma e del bambino allattare in maniera del tutto naturale?
L’allattamento non è un gesto naturale nel senso romantico del termine: è un fattore di salute pubblica. Per la/il bambina/o significa protezione immunitaria, riduzione delle infezioni, maggiore equilibrio metabolico e neurologico nei primi anni di vita. Per la madre significa riduzione del rischio oncologico, migliore recupero post-partum e una protezione metabolica più di lunga durata.
Ma soprattutto significa una cosa più profonda: rafforzamento precoce del legame e della stabilità psico-affettiva.
Ma a questo punto io farei un’altra domanda: qualcuno deve convincerci che camminare fa bene rispetto all’uso continuo dell’automobile? No. È qualcosa per cui siamo naturalmente predisposti, anche se la società poi può renderlo più difficile. E allora perché, sull’allattamento, dobbiamo continuamente “convincere” le donne della sua importanza? La verità è che mentre diciamo alle madri che allattare è la scelta migliore, tutto il contesto intorno a loro – sociale, culturale, organizzativo – spesso le spinge nella direzione opposta. Solitudine dopo il parto, mancanza di sostegno, rientri precoci, modelli culturali che normalizzano la sostituzione. Quindi la domanda vera non è se l’allattamento faccia bene – su questo la scienza è chiarissima – ma che società stiamo costruendo, se una pratica così fondamentale ha bisogno di essere difesa invece che semplicemente resa possibile? Perché alla fine, ancora una volta, non è una questione individuale: è una questione collettiva.
Influenza sulla salute dell’ecosistema
Dovremmo interrogarci anche di quanto questa scelta possa influire sulla salute del pianeta. Infatti, si tratta di una scelta etica e sostenibile. L’allattamento è la prima forma di economia circolare, rappresenta un aspetto cruciale per la sostenibilità ambientale e la salute pubblica globale. Il latte materno è una risorsa naturale rinnovabile a impatto zero, capace di ridurre i rifiuti e le emissioni di gas serra rispetto ai prodotti industriali. Al contrario, la produzione di formula artificiale genera un pesante fardello ecologico a causa dell’uso intensivo di acqua, energia e imballaggi inquinanti.









