Rocco Chinnici: la forza del coraggio, le ragioni della forza

Redazione

Rocco Chinnici: la forza del coraggio, le ragioni della forza

- lunedì 05 Agosto 2013 - 09:00

A trent’anni dal vile attentato in via Pipitone Federico a Palermo, l’Inchiesta Sicilia ricorda il grande Magistrato

Di Daniela Mainenti

E’ nella convinzione che non si possa ricordare un eroe solo il giorno dell’anniversario della sua morte, ma che sia necessario porre quotidianamente, nei propri cuori, l’esempio morale offerto dai grandi uomini.

Sono trascorsi già sette giorni dall’anniversario dell’eccidio di via Pipitone Federico a Palermo, dove venne messo in campo, per la prima volta, dalla mafia, il metodo terroristico stragista, che, proprio lontano dalla risonanza mediatica degli eventi che ne connotano le commemorazioni, riteniamo utile offrire ai nostri lettori un ricordo malinconico dell’uomo e anche alcune riflessioni.

Chi scrive ha avuto il privilegio di conoscere Rocco Chinnici in un momento della vita, quello dell’adolescenza, in cui è fondamentale incontrare buoni maestri. Certamente Rocco Chinnici aveva ben chiaro quanto fosse essenziale parlare ai cuori dei giovani, spiegando loro l’importanza delle regole poste a fondamento della vita civile.

Non partiva da discorsi teorici, quando incontrava gli studenti nelle affollate assemblee assiepate in palestre scolastiche, all’epoca, spesso fatiscenti, ma da esempi concreti e comprensibili che spaziavano dalla pericolosità mortale dell’uso delle droghe alla coscienza matura di chi non si fa affascinare da falsi miti.

Un ‘Anchor Man’ dell’etica che sapeva coinvolgere e affascinare, ma anche sollevare accese discussioni, senza inutile retorica. Pur sempre un uomo, però che, appena un anno prima della sua morte, era il compleanno del figlio, al timido desiderio espresso di voler fare il Magistrato da grande, con piglio diretto, ma con uno sguardo che non può più essere dimenticato in quanto racchiudeva insieme orgoglio della professione, protezione paterna, malinconica tristezza, e pure un po’ di perplessità egli rispose: “Per fare il Magistrato ci vuole tanto coraggio!”.

Non compresi bene, allora, perché quel tono calcato sulla parola ‘tanto’, anzi, confesso, la cosa mi diede pure un po’ di fastidio. Mi pareva volesse dire che per fare il Magistrato occorressero doti speciali riservate a pochi eletti. Certamente quella risposta celava già un mondo di considerazioni a me totalmente sconosciuto. Ma, non lo nego, ancora oggi, pur con il senso del poi, continuo a ribellarmi all’idea che per fare il Magistrato ci voglia‘tanto coraggio’.

Perché?

Il Magistrato è un funzionario dello Stato titolare di una ‘funzione’, appunto, che è quella giurisdizionale. Se le parole hanno ancora un senso, la parola funzione si riferisce al verbo ‘funzionare’. Va da se, logicamente, che uno Stato non può funzionare se dei soggetti, a ciò abilitati, non svolgano le funzioni nei settori relativi alle proprie modalità vitali.

Se il Parlamento detiene la ‘funzione’ legislativa, allora è necessario che esse non siano regole collocate in una lettera morta bensì vive e applicate, appunto, attraverso la‘funzione’ giurisdizionale. Si tratta di passaggi che, a seguire la logica più semplice, sembrano immediati anche a un bambino eppure, ultimamente, tutto sembra più confuso, evanescente, incomprensibile, sempre meno chiaro. Certamente vale oggi ancor di più il dire di Rocco Chinnici : “Per fare il Magistrato ci vuole tanto coraggio“.  Coraggio verso i nemici di sempre, ancora pericolosamente vitali, e coraggio verso nuove forme di aggressione provenienti da origini inattese, anche istituzionali.

Forse, per fare il Magistrato ci vuole oggi pure tanta pazienza e tanta convinzione nella consapevolezza del ruolo.

Magari un contributo di comprensione i media possono offrirlo, disvelando il fatto semplice e immediato che il Magistrato ’applica’ la legge al caso concreto, così come il medico applica la cura alla singola patologia. Non ci aspettiamo certo da quest’ultimo la pace nel mondo ne’ possiamo temere sommovimenti rivoluzionari dal primo. Ci aspettiamo, soltanto, che facciano bene il proprio lavoro.

E’ nei luoghi dove nascono le regole, che esse devono essere formulate nel modo più efficace, perché possano essere applicate nel modo più efficiente. Non può essere, pertanto che, per fare il Magistrato, occorra tanto coraggio.

Mi piacerebbe, al contrario, pensare, molto semplicemente, a Magistrati che facciano il proprio mestiere, e che lo facciano al meglio della propria professionalità, serenamente, senza che sia più necessario che cittadini solidali si muovano per manifestare la propria vicinanza accanto a chi, ancora oggi, continua a rischiare la vita o accanto a chi, ancora oggi, si vede a difendere la nostra legge fondamentale, la Costituzione.

Forse potrebbe essere questo un primo sostanzioso passo verso un miglior funzionamento della Giustizia nel nostro Paese.

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