Tina Sgrò, olî e acrilici alla Galleria Elle Arte

Redazione

Tina Sgrò, olî e acrilici alla Galleria Elle Arte

- domenica 28 Aprile 2013 - 09:14

La verve espressionista di Tina Sgrò, col suo imprinting simbolico, esercita dominio sull’ambiente, sul vincolo di luce che da esso promana, sugli occhi stessi degli oggetti, delle tante cose che in esso vibrano: quasi materia e luce permeata, assorbita, aperta all’accondiscendenza della memoria, all’esubero dei ricordi, alla necessità assopita della ricostruzione, della rammemorazione.

di Aldo Gerbino

 

E sulle calde tonalità, a volte violente, sensuali, in cui va concretizzandosi il marchio d’una deriva informale, scaturita da un flusso di emozionalità, ecco sopravanzare il senso d’un equilibrio che, più che strutturale, va esemplificandosi in armonia percettiva. Ma permane, per molti suoi lavori, il marchio tangibile di una gestualità nervosa, tracciata per lunghe pennellate, ora accese nel lucore ialino dei bianchi, o in una corrusca esaltazione di bagliori, ora incupiti dai viola, dai verdi muschiati in cui si annidano sensazioni, voci disarticolate, non viste tassonomie entomologiche, album da cui sembrano essere state espunte, con cura, schiere umane da tempo ridotte al silenzio.

Ma sono le cose nel loro stupore attonito, come negli Oggetti del principe (acrilico del 2012), ad invocare l’eloquenza della solitudine nella magnetica sovrapposizione di rosacei strati pittorici, e, soprattutto, nel brusio sommesso di luminose pieghe, interagenti, modulate le une sulle altre. Lo spazio separato da tendaggi, da spigoli chiaroscurali, da crepitii di materia marchiano le cifre dell’estetica e della poetica di Tina Sgrò, attraverso un percorso creativo in cui il linguaggio s’è andato sempre più arricchendo nel calore di una pedana figurativa avvoltolata nel suo baricentro, creando vagoli fogli d’interni trasportatori di realtà.

Una contingenza, quella di Tina, l’essere presente nel suo preciso luogo d’elezione, per tracce umane; ecco, allora, la ridondanza onirica, ossessiva, quale incubo maturato ed alimentato sulla soglia indecifrabile del vissuto, nella scansia posta tra visibile e invisibile, lungo quell’orma “filamentosa”, uso il pertinente termine di Rolando Bellini, che tralascia parte consistente del suo esistere. Su tale latitudine il punto di vista, in senso lacaniano, scruta l’obliquità dello sguardo, in quanto oggetto già indirizzato dalla dimensione creativa dell’artista.

Se ci attestiamo sulla sua Chiesa (2010), per quel drappeggio di cadenze turneriane con cascate di luci e silenzi, ecco accorrere il conclave del desiderio e dell’ascolto, per poi far ritorno, con Cucito e Letto (olî del 2009), alla rarefazione estrema degli oggetti, diafanizzati in un chiarore illividito, assorbiti dalla materia in cui sembra essersi riversata una condensa spirituale. Una sensazione quasi espunta dai versi d’un Arturo Onofri: gemmazione da sostanze dissolte in frammenti ectoplasmatici. Prossimità anche con la parola di Adam Zagajewski, per quella dimensione iconica che stabilisce un resistente legame tra parola e mondane asperità. Una luminescenza del proprio Io riversato nel catino della realtà, in quella, com’è detto in Dalla vita degli oggetti, «pelle levigata» delle cose, sottesa, quale dolente «tenda di un circo», nel suo immalinconito suono.

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