Lo sport che muore

Giusi Serravalle

Lo sport che muore

- martedì 24 Gennaio 2012 - 11:19

La necessità di risultati straordinari, di gloria e di un guadagno economico stellare, trasforma gli atleti in macchine efficientissime dove impegno, passione, lealtà e spirito sportivo vengono inghiottiti dalla celebrità… a ogni costo

di Giusi Serravalle

L’uso di sostanze o procedimenti destinati ad aumentare artificialmente il rendimento di un atleta in occasione di una gara sportiva si definisce doping. Ci sono varie tesi sull’etimologia della parola, ma tutte portano in conclusione al verbo inglese to dope ossia drogare.

Agli inizi di questo secolo il doping consisteva in zollette di zucchero imbevute di etere. Seguirono varie miscele fai da te fino ad arrivare agli anni ’50 in cui fecero la loro comparsa le anfetamine ovvero i primi stimolanti. Oggi i composti chimici utilizzati illecitamente nello sport sono molti, con diversi meccanismi d’azione e diverso indice di pericolosità. In genere vengono usate quelle sostanze il cui uso viene finalizzato a ridurre la percezione della fatica, accrescere la forza, migliorare la prontezza dei riflessi, controllare la frequenza cardiaca e respiratoria, ridurre il peso corporeo, attenuare l’ansia e mascherare la presenza nelle urine delle sostanze vietate. Viene considerata pratica dopante anche la trasfusione del sangue.

La lotta al doping inizia in Italia nel 1954. E’ a Firenze che nel 1961 fu aperto il primo laboratorio europeo di analisi anti-doping e dal 1964 vengono effettuati sistematici controlli sugli atleti dopo le competizioni. Dal 1971 esiste in Italia una legge che punisce sia chi fa uso di sostanze proibite, sia chi le fornisce agli sportivi. Sempre nel 1971 il Comitato Olimpico Internazionale ha pubblicato una lista di sostanze proibite che viene periodicamente aggiornata anche perché queste spesso si trovano in comuni farmaci. Nella storia, il primo caso accertato di morte da doping risale al 1886, quando il ciclista gallese Arthur Linton morì a seguito dell’assunzione di trimetil nella gara Parigi – Bordeaux. Nel 1904, l’americano Thomas Hicks, dopo avere vinto la maratona olimpica di Atene, venne colto da un grave malore e morì per colpa del solfato di stricnina. La medesima sorte toccò a Dorando Petri nella maratona olimpica di Londra del 1908. E’ tristemente famosa la morte del ciclista Tommy Simpson, durante il Tour de France del 1967, nell’ascesa al Mont Ventoux.

Ma ciò non deve far pensare che il fenomeno sia circoscritto al solo ambito agonistico. Piuttosto è facile comprendere che è lì che si eseguono con regolarità i controlli al fine di evitare la frode sportiva e salvaguardare la salute degli atleti. Ed è anche evidente che episodi letali riguardanti sportivi professionisti ha un’eco maggiore. Gli ultimi casi di positività alle sostanze dopanti, la dicono lunga sulla gravità del fenomeno. Ancora oggi campioni dello sport affermati pur di mantenere le proprie prestazioni al top delle possibilità fisiche, si giocano l’immagine e la carriera vanificando l’impegno e i sacrifici in molti anni di allenamento. Tra i casi più recenti il tennista francese Richard Gasquet risultato positivo a un controllo effettuato in marzo a Miami e Tom Boonen, ex campione del mondo di ciclismo, ancora una volta positivo alla cocaina a quasi un anno dal primo controllo.

Per quanto riguarda, invece, il mondo sportivo amatoriale, scemati i miti hollywoodiani di Stallone e Schwarzenegger come modelli da emulare, si spera in una crescente attenzione verso la salute e la bellezza intesa come armonia del corpo dello spirito, ma anche in un ritrovato valore per la competizione leale e orgogliosa, frutto di allenamento e spirito di sacrificio.

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