Nuova edizione de L’Inchiesta Sicilia – Testata di approfondimento fondata nel Luglio del 1996 da un gruppo di giornalist* indipendenti

Dal Pakistan alla Sicilia per fare crescere comunità di donne solidali

La sua è una storia di donna che nasce profondamente libera nell'anima e nella mente. Una condizione naturale, per Tehseen Nisar Hussain, la cui vita si è evoluta attraverso la ricerca sugli studi di genere e su quei mondi in cui le donne vivono, subendo stigmi e nella generalizzazione rispetto alla mancata conoscenza delle diverse culture di appartenenza

di Gilda Sciortino

La ricerca sull’emancipazione e la liberazione delle donne in un contesto europeo comparativo fa parte del suo Dna. Lo leggi nella profondità del suo sguardo, senza temere smentita assolutamente ipnotico, ti comunica con ogni parte del suo corpo l’orgoglio di essere e sentirsi donna libera, emancipata da ogni schema, pregiudizio, costruzione mentale. Inevitabile, quindi, sentirsi rapiti dal suo mondo, che arriva allo studio, alla ricerca, dopo un percorso nel quale al primo posto ci sono le persone, le umanità, le donne. Incontrarla è sempre un viaggio in mondi lontani, per tanti aspetti sconosciuti, nei quali perdersi senza possibilità di mediare con sé stessi.

Viene dal Pakistan, Tehseen Nisar Hussain, giovane ricercatrice pakistana che, nel cercare opportunità lavorative ha trovato la Sicilia come terra in cui vivere e lavorare, scoprendo il luogo ideale per ispirarsi e rigenerarsi in qualunque momento della sua vita, come anche subito dopo un viaggio. Cosa che succede da qualche mese, essendosi trasferita a Roma per motivi di lavoro.

Da 14 anni lavora in Italia per capire come le donne interagiscono con la società, ma anche e soprattutto tra di loro.

Perché ha scelto questo Paese come sua seconda casa?

Avevo iniziato la mia carriera come insegnante in un Centro europeo del Pakistan, esattamente a Karachi, per poi continuare le mie ricerche come donna musulmana in un contesto italiano. Il mio primo incontro con l’Italia è avvenuto nel 2001 a Padova, esattamente con il Dipartimento di Scienze politiche, dove sono arrivata come giovane ricercatrice. Ho, però, approfondito i miei studi in diversi paesi europei, sviluppando progetti e arrivando a lavorare con la LUISS di Roma, dove mi sono laureata e ho preso il mio dottorato. Numerose le collaborazioni che, nel tempo, mi hanno arricchito: dall’Ankara Yildrem University, in Turchia, all’Università di Palermo, sino all’Archivio del Disarmo di Roma. Esperienze che hanno accresciuto la mia formazione. Oggi collaboro con il Centre of Pakistan and International Relations, ancora con l’Istituto di Ricerche Internazionali dell’Archivio del Disarmo di Roma, con la Tarsus University Mercin, in Turchia, con l’Università del Salenti e con l’Università di New Dheli. Mi piace ricordare un’ultima collaborazione, prima di trasferirmi a Roma, con il Cesie per il progetto TRUST volto ad affrontare i crimini e l’odio verso le donne musulmane. Un percorso che ha aiutato tante donne a non sentirsi più vittime.

Ma qual è stata da sempre la sua passione?

Quella di far conoscere le società occidentali e di come aiutare le donne a ritrovarsi all’interno delle diverse realtà sociali. Per adesso, per esempio, sto sviluppando una mia ricerca a livello non solo italiano, ponendomi la sfida di mettere tutte le donne in collegamento in un contesto internazionale. Nel 2021 ho, infatti, creato un gruppo WhatsApp, che si chiama  Women&multiplemodernities, il cui scopo è far crescere una società che abbia in comune la solidarietà e la consapevolezza della profonda spiritualità dell’essere umano.  

Spiritualità della quale le donne sono consapevoli?

Immaginavo una situazione molto complicata per le donne come me, che stanno cercando la giusta collocazione in una cultura diversa dalla loro. Credo che bisogna porsi il problema di come interpretare la nostra vita in modo piuttosto ibridizzato, con un atteggiamento comparativo rispetto alle altre donne. Io parlo di eterogeneità dell’identità. Dobbiamo riuscire a confrontarci su questa ibridità, sulla complessità delle nostre origini che, insieme alle circostanze e alle sfide politiche e culturali a livello sociologico ed economico, sono inevitabilmente interconnesse. Parlo per e delle donne in virtù della mia specializzazione sulle questioni di genere e del dibattito sulle donne sottomesse, così come sulle culture emancipate.

Questioni che riguardano tutte le culture?

È un discorso totalmente diverso nel contesto nordafricano e in quello europeo. In aree come l’India o il Pakistan, per fare degli esempi a me più vicini,  abbiamo realtà molto diverse, le società hanno un livello multiculturale molto forte, del quale in Occidente non si ha conoscenza. Purtroppo, l’Occidente non sa interpretare queste differenze ed è il motivo per cui si rischia continuamente di generalizzare e di fare una sintesi a livello culturale e socio-economico, centralizzando la questione delle donne in base al luogo da cui provengono. La mia ricerca affronta questo tema, avvertendo il rischio di fare questa generalizzazione soprattutto tra le donne del Medio Oriente, per esempio nella comunità musulmana.

Donne, la cui identità è molto diversa da quella di quante provengono dal Pakistan. Si generalizza perché, da un lato si pensa che tutte le donne musulmane siano le stesse delle altre, mentre dall’altro il dibattito è su ciò che genera il patriarcato. Questo perché siamo rimasti sotto l’influenza del colonialismo, ma anche il patriarcato sotto il colonialismo ha avuto un configurazione molto diversa da Paese a Paese. Le donne che sono vissute sotto il patriarcato francese, per esempio, posseggono un bagaglio di differenze molto forti dalle altre. Ecco perché dobbiamo separare i casi che pongono un aspetto molto nuovo del dibattito sul genere. Se, però, non ci si riflette bene, lo dicevo prima, si rischia di banalizzare a ogni livello,

Ma qual è l’errore più comune che si fa all’interno di questo dibattito? Chi generalizza?

Sotto colonialismo, tranne i maschi e gli indigeni, paradossalmente a generalizzare erano le donne verso le altre donne. Ci sono paradigmi con diversi livelli di interpretazione di cui dobbiamo discutere. Dico che, solamente quando ci concentreremo veramente su questo tema, riusciremo a individuare la nostra capacità di interpretare, è chiaro, in maniera non separata.

Quello che sta oggi facendo era quello per cui è andata via da casa?

Direi di si. Io sono un’accademica e lavoro nell’ambito dei gender studies, gli studi di genere, sollecitando e intervenendo nel dibattito sulla capacità e anche la sostenibilità di genere. Stiamo vivendo in un mondo molto complicato rispetto alla struttura delle società sottomesse dei maschi, quindi il rischio è di fare interpretare la nostra verità dalla nuova era digitalizzata e dalla globalizzazione.

Dobbiamo fare molta attenzione perché, per esempio, durante il Covid, le donne hanno subìto in silenzio. Numerosi gli incidenti dei quali si è saputo ben poco. In questo momento sto collaborando con l’università per sviluppare modelli diversi di narrazione che giungono dal Sud e hanno bisogno di crescere a livello più generale. Nel senso che c’è un nuovo approccio al dibattito sul genere; persone ibridizzate in un contesto geo-politicamente complesso, tra guerre e conflitti che viviamo proprio dentro le nostre case. Una situazione che ci chiede chiarezza su cosa sta accadendo e su come e cosa si può costruire, come si può sviluppare e crescere insieme attraverso la solidarietà.  Lo dico perché, senza questo spirito, il rischio è di perdere tutto quello che abbiamo già costruito all’interno del processo di emancipazione vera.

L’ho detto e lo ripeto, la vera liberazione è quella dello spirito. Il livello fisico non esiste lungo questa strada. Lo slogan “My Body My Rights” è giusto,  va bene, è uno slogan molto importante, ma dobbiamo capire quali sono le sfide che albergano dentro di noi, laddove si trova il mondo costruito da noi stessi.

Oggi, quando torna in Pakistan cosa porta con sé?

Per adesso, torno ogni tre anni sia perché lavoro sia perché i costi dei voli sono lievitati sensibilmente. Quando mi riunisco con la mia famiglia porto loro in dono un sentimento molto profondo, intanto perché sono nata in Pakistan e sono collegata spiritualmente e mentalmente con la mia terra. La prossima volta, per esempio, tornerò con un sentimento in più, quello che mi riempie in questi giorni di gioia perché ho ottenuto la cittadinanza italiana e direi proprio anche e soprattutto siciliana. Sento dentro di me un legame molto forte con la Sicilia dove sono cresciute le mie amicizie e tutti i miei legami più importanti. È incredibile, non ci sono parole per spiegare quel che provo.

Posso solo dire che, quando ho messo piede su questa splendida terra, ho pianto e ogni volta che torno dai miei viaggi vivo continue emozioni che mi fanno sentire di appartenere a un’isola dalla storia e umanità profondissime. Non credo che ci possa essere qualcosa di più grande. Almeno per me.

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