Palermo lontana dal mare. Fluidità ed olfatto

Redazione

Palermo lontana dal mare. Fluidità ed olfatto

- mercoledì 24 Febbraio 2016 - 07:57

Scrittori e poeti: dal golfo i loro quadri in forma di parole 

di Aldo Gerbino                    

È l’olfatto a guidarci nell’ampio e fluido àlveo del Piano della Marina in cui l’austero palazzo de’ Chiaramontani ben si attaglia quale centro di assorbenza. Esso, posto tra i poli equorei dell’antica città di Chalesa quando, a detta del paleografo Salvatore Morso, le sue stesse mura lambivano il limite «dov’era l’ingresso del mare», s’è trasformato, in scrigno di umori resi dal tempo dormienti fossili. Olfatto diffuso dalla profondità quieta di acque marine che, pur rientrate, impregnano terre, dopo aver imprigionato nuvole e sangue, umori sparsi per orti e ville, dalla prossimità del piano di Sant’Erasmo allo svettare ferroso della Cattedrale. Da qui Bonaventura Tecchi ci narra, più che dei monumenti, delle palme, del sonno degli ibiscus e delle campanule, degli organici tentacoli del Ficus Magnolioides, monumento biologico di piazza Marina. E di pomelie assorte si dice nei balconi della piazza su cui par concretarsi Palermo tutta, quale fiore, per Lucio Piccolo, «serbato a gusci d’uovo». Poi: dall’historia concisa di Isidoro La Lumia al racconto di Giachery, homo faber di prodotti dispersi, d’un leone rampante dalla coda inarcata.

Ancora, dalla cronaca spicciola di Lambelin, all’analisi partecipe, acuta, di Giuseppe Pitré, sulla quale è sempre utile far ritorno. Con poche tracce ecco la caratterizzazione del luogo, “teatro di raccapriccianti auto-da-fè”, in cui insistettero: “truci spettacoli”, luminarie, “corse di tori”, mirabolanti tornei, e, al suo tempo, spettacoli di marionette, carrozze, acquaioli, venditori di semi di zucca. In altioribus furcis, ‘nelle più alte forche’, hanno fatto mostra di sé i corpi pencolanti di assassini, sortileghi e bestemmiatori ereticali, quanti eran accusati di commercio con il demonio. E lo Steri, il Sant’Uffizio, sede del Tribunale delle Fede, può consolidarsi nella frase del demopsicologo: «Nessun uso è per noi tanto oscuro quanto questo». Una caleidoscopica ricostruzione ci viene dalle pagine di William Galt, alias Luigi Natoli, dal suo feuilleton I Beati Paoli in cui si narra d’una chiara giornata d’ottobre del 1714 e d’una processione di “gente incline alla pravità” trascinata sotto tortura dal piano della Cattedrale allo Steri. Qui, dicono i versi di Giovanni Alfredo Cesareo, aleggia ancora, del decapitato Andrea Chiaramonte, il “gran ruggito”.

Sì, la Sicilia, le sue incognite, vivono, per Ippolito Nievo, nella ‘concretezza’ d’una sua poesia chiusa da quell’indicatore di atto linguistico che è il punto interrogativo. L’intendente della Spedizione dei Mille, il cui ufficio palermitano di piazza Marina alla Zecca avrebbe potuto certo dire delle contraddizioni d’una città già esposte nelle barricate del ’48, spigliatamente narrate dalla nobildonna Cecilia Stazzone. Dai cannoneggiamenti tra porta San Giorgio e Castellammare, più avanti, alla Cala, sboccia, nella canzone di Luigi Mercantini, il racconto d’amore e morte di Rosalia e Turi. La battaglia di Lissa è perduta, Turi non farà più ritorno nella sua Palermo, non potrà consegnare alla sposa l’anello promesso. Sotto il massiccio di Monte Pellegrino, un grido corre per le acque: “Egli non torna, ed io lo vo a trovare in fondo al mare”. In queste acque sull’Ercole s’imbarcherà Nievo, il poeta-soldato che, trentenne, perderà la vita nel naufragio al largo di Punta Campanella. Dalla Cala alla Marina passeggerà Edmondo De Amicis; l’autore di Cuore non può non registrare i “violenti contrasti” di “questa stupenda e strana Città dei Vespri e di Santa Rosolia”.

1836: da babordo a tribordo d’una fregata in rada davanti alla Marina ufficiali inglesi, in scintillanti divise, piroettano al suono d’un valzer. Willis Nathaniel Parker, scrittore statunitense, amico di Poe, li osserva; approdato a Palermo per conoscere il barone Pisani e la sua Real Casa dei Matti è pronto per una cena a Piazza Marina. Alla Marina è uno scorrere di eleganti carrozze, ed uno sciamare di popolino, “gintareddi” per il poeta Giovanni Meli. Egli, ‘pittore morale’ di questa società, dipinge con i suoi quinari il cataloghino d’amorazzi e personaggi. Tra carrozze e lacché in sosta sotto Porta Felice, provenienti dallo Steri, dall’alto Càssaro, s’incrocia, davanti al mare, la fontana con la bella sirena raffigurante, a detta di Galt, la bella Eufrosina Corbera. Enrico Onufrio ritorna sul luogo nel suo tempo; popolo e carrozze si mescolano a pescatori, tutti sotto l’azzurrognolo Monte Pellegrino. Si ascolta musica dal chiosco marmoreo “scintillante di lumi” scrive Emanuele Navarro della Miraglia, mentre mulinano i vassoi colmi di gelati, di sorbetti (genere costoso per D’Azeglio, genero del Manzoni), ed ogni cosa appare, scrive Nievo alla sua Bice, “come un sogno incredibile”.

Immagine

Piazza Pretoria

L’esotismo floreale gemmato dall’Orto palermitano, un tempo lontano parco de’ Chiaramontani, percepito da Guido Piovene, era stato già affermato, da oltre mezzo secolo, dalla penna dell’Immortel dell’Académie Franςaise, René Bazin. È Francesco Lojacono, il grande paesaggista di Palermo maestro di Ettore De Maria Bergler, a suggerirgli la passeggiata al Foro Italico, l’imperdibile Marina, e a gustare i gelati al pistacchio o allo champagne. Lo scrittore si lascia guidare confezionando un efficace quadretto sociale di pertinente tattilità, fuor da ogni possibile anosmia e sollecitante il gusto sia papillare sia dell’osservazione: nobildonne, fanciulle plebee, musiche e ricevimenti, consuetudini patrizie, il tutto per una Palermo felice che presto dovrà abdicare alla sua vocazione di antica capitale. E ai colloqui amorosi, oftalmici (i “convegni oculari” di Berenson), delle giovani donne si sostituisce la comunicazione chiropratica espressa con l’ausilio protesico del ventaglio, vero e proprio sistema gestaltico per un saluto, un sussurro del corpo, la promessa di un incontro.

L’arteria del Càssaro è portatrice di esistenze: grida, rombi di tuono e cannoni, segni di festa carnascialesca e morte lungo le viuzze che ad essa sfociano, nella marea di volti che Luigi Natoli ricostruisce tra “rulli di tamburi” e “miagolii di pifferi”. I merli dello Steri, la Porta Felice, la brezza del mare sulla facciata di Palazzo Butera e sulla chiesa di S. Nicolò, e sul portico della Catena, e il vento tiepido che scende dal Monte di Rosalia, nutre il cuore dei palermitani. Nobili e malavitosi, vittime e carnefici, si ritrovano sospinti verso il mare, tra profumi di zagara e sciabordii confusi provenienti dalla Cala, da Sant’Erasmo, e con essi prìncipi e magistrature, mazzieri e contestabili, musici e araldi e maschere e “mamme Lucie” (uomini travestiti da cortigiane) abbandonati in gesti licenziosi, innaturali. Tutto questo, in tempi recenti, è ripercorso da Salvatore Spinelli: dalla Zisa fino allo Steri. Alla scoperta del melange ionico, dorico e corinzio, d’impronte pompeiane e dei marchi rinascimentali veneziani e francesi; e ancora del moresco e del gotico, del barocco e del liberty per fondersi, lacerarsi, rigenerarsi.

Cosa avvince gli occhi di Goethe a Palermo? Certo: “le spalliere di limoni”, “le palizzate di oleandri”; particolarmente la sua pupilla pittorica gli consente di leggere l’ebbrezza palermitana per orti e giardini, per corolle e petali, per piante primordiali e superiori, nel grido ancestrale d’una germinazione universale alla presenza della varietà di frutti, esperidii, fragranze, gesta di colori per cui coinvolgere e immergere l’amico Kniep. Egli stesso è in questa perenne voluttà. Abitatore della ‘Chalesa’, al palazzo Butera, frequentatore della chiesa di Porto Salvo, cercatore di Cagliostro, scrittore di Nausicaa, è soprattutto lettore panormita di Omero e l’imperituro giardino d’Alcìnoo. Tutto questo è anche nel diario siciliano di Bernard Berenson. E di questa olfattività parla l’antropologia sociale di Oreste Lo Valvo, di quel “magnifico giardino dei Chiaramonte”: da Sant’Erasmo alla Marina. Ogni tempo, ogni cosa sembra  accadere sotto il brillante “cielo di Palermo” e della sua marionetta mossa da Murilo Mendes, ma può scorrere anche, verso le voragini architettoniche delle bombe, nella “lugubre decrepitezza” di Palermo accolta nei versi recenti di Joan Perucho.

È, su tutto, sempre il grande palinsesto osmico a generare il podio floreale, botanico, della Conca d’Oro cui Palermo e la sua storia, e le sue acque fondano la verità chimica e geologica di tale civiltà. Così di zagara parla lo sfortunato e umile scrittore monrealese Giovanni Maria Comandé, così dice di essa il futurista Castrense Civello nella interpretazione ctonia e sacra del letto cui poggia la città fenicia, e di essa un altro futurista, Giacomo Giardina, nel racconto delle sue passeggiate dallo Steri alla Cala: a guardare ore su ore, a stupirsi del colore, dei suoni antichi e voraci.

 

 

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