Donne e professioni

Redazione

Donne e professioni

- giovedì 22 Ottobre 2015 - 08:55

Allo stato attuale il famoso tetto di cristallo appare in più punti frantumato. Resiste ancora, tuttavia, nell’ambito delle libere professioni una generale mancanza di protagonismo femminile ai vertici degli Ordini.

di Paola Catania*

Ciò, nonostante il numero delle professioniste sia sensibilmente aumentato negli ultimi anni (già nel 2009 il 44,27% dei professionisti era donna), con picchi nel notariato e nell’avvocatura, oltre che tra i farmacisti e i consulenti del lavoro.

Eppure la rappresentanza femminile sembra non sfondare, non farsi sentire.

La recente legge professionale degli avvocati, la L.247/2012, che ha introdotto le quote di genere, ad esempio, ha prodotto senz’altro Consigli degli Ordini più rosa ma rari vertici al femminile. Anche con riguardo agli Ordini dei medici si è riconfermato il gender gap: solo 6 donne su 105 presidenti in tutta Italia (fonte Osservatorio Sanitario di Napoli da www.ingenere.it del 22.01.2015).

Non si vedono, in generale, se non timide politiche della conciliazione lavoro/famiglia e comunque  non ancora incisive, nè l’emergere dei valori forti delle donne, quali la condivisione e l’ascolto, nel governo delle professioni e nelle dinamiche  generazionali che si svolgono al loro interno e/o verso i cittadini.

Si assiste ad oggi ad una quasi inesistente tutela della professionista madre fatta eccezione per la corresponsione una tantum di un assegno di maternità, mentre nessun aiuto è previsto per gli anni della prima infanzia del figlio (es. voucher per baby-sitter, convenzioni con asili, prolungamento del periodo di esonero dal requisito della continuità professionale in corrispondenza con i primi anni di vita del bambino, incentivi al coworking, ecc.).

Questa situazione comporta soluzioni affidate allo spirito ed alle capacità organizzative anche economiche di ciascuna, senza che un segnale forte venga dalle istituzioni di categoria nella difesa del lavoro delle donne professioniste e nonostante il dettato dell’art. 37 della Costituzione.

Di converso si organizzano corsi di leadership femminile che dovrebbero incentivare l'”empowerment” delle donne. In questi corsi le donne professioniste apprendono l’assertività. Ma tutto ciò serve a poco se non si fa strada nelle donne la convinzione dell’utilità di impegnarsi in prima persona nei luoghi delle decisioni e dell’azione. Anche fosse solo per “incoraggiare gli uomini a partecipare pienamente alle iniziative per la parità” come chiede il documento finale della Conferenza Mondiale sulle Donne di Pechino del 1995, di cui ricorre il ventennale.

Il mondo dell’associazionismo è in questo senso un’ottima palestra per mettersi alla prova.

Partecipare attivamente alla vita delle associazioni, assumere cariche, programmarne i campi d’azione, uscire dal proprio quotidiano per aprirsi alla dialettica e al confronto sono occasioni da cogliere ogni giorno per non chiamarsi fuori dall’agone delle relazioni sociali aperte al bene comune.

Il ruolo delle associazioni femminili è tanto più meritorio quanto più orientino le donne ad andare oltre il proprio specifico per affrontare problematiche diverse e nei più svariati campi.

La storia dell’A.N.D.E. (Associazione Nazionale Donne Elettrici) testimonia di questo impegno.

Dal 1946 lavora in Italia per accrescere nelle donne la consapevolezza dell’importanza del loro agire nel tessuto sociale e politico, al fine di costruire tutti insieme una società più giusta.

 

*Consigliera Nazionale A.N.D.E., Presidente Ande Palermo.

(Relazione tenuta agli Stati Generali delle Donne – Sicilia)

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