‘Il segreto di Cora’, l’esordio letterario di Francesco Paolo Ferrotti.

Redazione

‘Il segreto di Cora’, l’esordio letterario di Francesco Paolo Ferrotti.

- lunedì 09 Dicembre 2013 - 09:00

L’opera poetica, di ambientazione mediterranea dedicata alla stagione estiva, è una tra le ultime pubblicazioni di Torri del Vento Edizioni e che ci accompagna  in un viaggio iniziatico attraverso l’estate. Viaggio che percorriamo, attraverso una approfondita intervista, con lo stesso autore

 

Di Ambra Drago

 

Nipote del poeta Renzino Barbera, Francesco Paolo Ferrotti, giovane poeta palermitano, ha fatto presto a rivelare la sua verve poetica. Laureato al Dams, indirizzo Arte e dottore di ricerca in “Estetica e Teoria delle Arti” presso l’Università degli Studi di Palermo, a soli 33 anni, esordisce con un lavoro letterario degno delle proprie tradizioni familiari.

Il suo primo libro ‘Il segreto di Cora è un’opera poetica di ambientazione mediterranea dedicata alla stagione estiva. L’opera è composta da un ciclo di dodici poesie – alcune molto brevi, altre più estese – che costituiscono un viaggio iniziatico attraverso l’estate, all’insegna di un dialogo interiore tra il protagonista e una misteriosa fanciulla, un’amata eternamente perduta e ritrovata. In aggiunta all’opera poetica, l’autore ha inserito nel libro anche un proprio saggio, che ha come argomento il mito dell’estate dall’antichità ai nostri giorni.

In questa approfondita intervista per L’InchiestaSicilia, Francesco Paolo Ferrotti ci rivela qualcosa in più sulla genesi del libro, presentandosi ai lettori.

Da dove nasce l’idea di scrivere poesie? E cos’è per te ‘scrivere’?

Scrivere significa ‘mettere in forma’ le proprie emozioni, tradurle in una forma simbolica comunicabile a se stessi e agli altri. Non so di preciso perché in me sia nata l’idea (o l’esigenza) di cominciare a scrivere versi. Credo che, quando lo spunto è autentico – quando non si tratta solo di una velleità intellettualistica – l’atto di scrivere una poesia non ha soltanto una componente conscia e volontaristica, ma anche e soprattutto una componente inconscia e involontaria. Solo in parte, l’autore sceglie consapevolmente di scrivere una poesia; per altra parte, è la poesia – la sua stessa Musa – a scegliere inconsciamente di rivelarsi all’autore. In passato leggevo molte poesie – sopratutto straniere – però mi sono a lungo considerato inadeguato a scriverne. Per qualche anno ho smesso di leggere poesie e mi sono dedicato ad altre letture. Finché un giorno, per qualche motivo, mi sono sentito predisposto a scrivere versi. È sorta così la mia prima poesia, Un’estate una vita, diventata poi la prima poesia dell’opera, assumendo quasi la funzione di un’ouverture.

 Hai un poeta prediletto?

Sin dall’adolescenza, sono molto affezionato ai poeti di area romantica inglese e tedesca. Il mio poeta preferito in assoluto è Friedrich
Hölderlin, autore della mia opera romantica preferita, Iperione. La concezione della natura a cui sono improntate le poesie de Il segreto di Cora è debitrice delle opere di Hölderlin.

Cosa rappresenta per te questo libro? Ti senti un autore esordiente?

Mi sento un autore esordiente dal punto di vista letterario, ma ho scritto per molti anni articoli di critica musicale e piccoli saggi. Per il pubblico, questo libro rappresenta un esordio. Per me però, in qualche modo, rappresenta anche un coronamento poetico di alcuni motivi che avevo affrontato in forma prosaica nel corso degli anni passati. L’opera risente anche dei miei interessi musicali – in particolare sul versante di tutto ciò che rientra nella popular music, e la stessa struttura può ricordare quella di un concept-album: un album musicale in cui i brani formano un intreccio, rivelando una struttura narrativa propriamente operistica.

Qual è la poesia alla quale sei più legato? 

A te, Cora. È forse la poesia in cui sono riuscito ad esprimere in modo più efficace la natura ambivalente della figura femminile, una Fanciulla sospesa tra vicinanza e lontananza, tra luce e oscurità, tra fugacità ed eternità. Come le altre, anche questa poesia è idealmente ambientata nell’isola di Salina, a cui sono molto legato sin dall’infanzia. Ma forse sarebbe più appropriato affermare che l’ambientazione è quella di un’utopica “Didyme” (antico nome leggendario di Salina), ovvero di un’ “isola che non c’è” fatta della stessa materia dei sogni, dei miti e dell’immaginario poetico.

Chi è la protagonista femminile delle poesie? Si tratta di una fanciulla che risiede nei tuoi ricordi?

La Cora cui sono rivolte le poesie è una figura ideale, una Musa dell’estate eternamente perduta e ritrovata. Questa Fanciulla non corrisponde singolarmente a nessuna fanciulla di cui io abbia avuto esperienza diretta, anche se ciascuna me ne ha fatto intravedere indirettamente un qualche aspetto. Tra le poesie sono presenti anche frammenti di ricordi, ma in sé la Fanciulla trascende la mia esperienza biografica: in termini artistici Cora va considerata come una figura simbolica, in termini psicologici come un archetipo, in termini religiosi come una Dea. Il fatto che non appartenga alla mia esperienza biografica, tuttavia, non significa che questa Fanciulla sia meramente un’invenzione poetica, o che appartenga ad una dimensione ‘fictionale’ contrapposta alla “realtà”.

Anche al netto di considerazioni religiose, alla dimensione invisibile dell’ideale va sempre e comunque riconosciuta una sua autonoma realtà psichica, una realtà parallela rispetto a quella sensoriale. Seppur le due dimensioni non si sovrappongono, s’incontrano all’infinito in modalità inconoscibili. Il mondo fisico si trova sempre in relazione simbiotica con un mondo psichico, e la coscienza umana intrattiene una segreta comunione con l’inconscio collettivo, con quella componente istintuale/ideale che parla il linguaggio sovraumano della Natura.

Indirettamente, il mio libro ripropone l’antichissima teoria filosofica secondo cui, sin dalla nascita, le esperienze biografiche di ciascuno di noi sono vissute e rivissute in rapporto ad alcuni fattori psichici innati, collettivi, atemporali. Si tratta di quelle stesse ‘idee a priori’ da cui sorgono e risorgono in ogni epoca idee mitologico-religiose e simboli artistici. In passato, questa era una posizione platonica o neoplatonica; nella modernità, le teorie di Jung sugli archetipi dell’inconscio collettivo hanno conferito fondamento psicologico a questa tesi filosofica. Dunque, per tentare di rispondere in modo più semplice alla domanda: la protagonista femminile delle mie poesie non appartiene ai miei ricordi personali ma, in qualche modo, si trova sedimentata nei ‘miei’ (e nei nostri) ricordi collettivi.

Perché hai scelto il titolo ‘Il segreto di Cora’? E che rapporto hai con la cultura classica?

Il nome ‘Cora’ deriva dal greco ‘Kore’ e pertanto suggerisce un nesso con l’antichità classica. In effetti, la Musa delle mie poesie può essere considerata come una reviviscenza moderna dell’antica dea Kore/Proserpina, la Fanciulla eternamente sospesa tra il mondo solare e il regno dell’oltretomba. Tuttavia, nella scelta di un nome più attuale, ho voluto evitare un rimando immediato al mito canonico, scongiurando qualsiasi eruditismo di stampo neoclassico. La ‘mia’ Cora non è soltanto la nota protagonista dell’antico mito, ma è l’equivalente di alcune più inconsce controfigure simboliche della stessa ‘eterna fanciulla fugace’, tra le quali si potrebbero ricordare la Diotima di Hölderlin, la Silvia leopardiana o – trascorrendo al Novecento e ad un più ambito più pop – la Wendy di Peter Pan e persino la Caroline di una ballata dei Beach Boys. Tutte queste fanciulle, e tantissime altre, sono virtualmente contenute in Cora, e anche Kore/Cora è contenuta in esse. In altri termini, le mie poesie non si rivolgono a un mito tradizionale, bensì ad un archetipo femminile. Il proposito non è di riproporre un mito già noto, ma di suggerire velatamente il segreto che si cela nel mito, pur nella coscienza che nello stesso tentativo di svelarlo si contribuisce ad occultarlo.

La segretezza appartiene alla natura stessa dell’archetipo della Dea-Fanciulla, il cui culto religioso era anticamente legato ai cosiddetti Misteri Eleusini. Anche lo stesso nome della Dea era avvolto dal mistero: in greco, infatti, Kore non significava altro che ‘Fanciulla’. Le origini del culto di questa Dea sono pre-classiche, e ancora oggi avvolte dal mistero. Nel mio libro, ho tentato di preservare l’origine ‘misterica’ del mito e del culto. Tra una poesia e l’altra sono presenti molti elementi mitici, ma evocati in una forma svincolata dalla tradizione e – per così dire – ‘apocrifa’ rispetto alle forme classiche.

Per quanto riguarda più in generale, il rapporto con la classicità, va detto che, tra le pagine del libro, l’immaginario classico è rievocato sempre con nostalgia, con un anelito tipicamente romantico. Alcune poesie – in particolare La scogliera – sono quasi un omaggio alla poetica del Romanticismo inglese e, nel caso specifico, a certe atmosfere notturne tipiche della poesia di Shelley. Non considero quindi Il segreto di Cora come un’opera ‘neo-classica’ ma, piuttosto, ‘neo-romantica’. Il mondo in cui si rivela la figura di Cora non è soltanto un mondo apollineo, ma è percorso da quel senso del magico e tragico, del misterico e dell’esoterico, che, dopo il Romanticismo, si riflette nella filosofia di Nietzsche, nei romanzi di Hesse, nella psicologia dell’inconscio di Jung.

Oltre alle poesie il libro contiene anche un saggio. Come mai hai affiancato questi due generi letterari?

Le due sezioni del libro riflettono la mia doppia inclinazione, per un verso orientata verso la speculazione filosofica e per l’altro verso la pratica artistica, in particolare musicale. In generale, ci sono alcune cose si possono comunicare in modo più efficace, adottando un linguaggio teorico-filosofico, e altre direttamente in una forma poetico-musicale. Poesia e saggistica sono due modalità alternative, che seguono spesso finalità alternative. Ma possono avere anche zone di contiguità: nella saggistica si può fare ricorso ad espressioni poetiche, e la poesia può esprimere concetti filosofici. Va ricordato che alcuni grandi poeti del passato furono al tempo stesso valenti saggisti. Quelli di Goethe e di Schiller sono tra i casi più emblematici, e anche la produzione filosofica di Nietzsche oscilla tra alcune opere più orientate verso la poesia e altre verso la prosa saggistica.

Non è consueto affiancare i due generi nello stesso libro, ma forse in questo potrebbe essere riposto uno degli elementi di originalità de ‘Il segreto di Cora. Vorrei sottolineare che nelle pagine del saggio non ho voluto fornire una spiegazione delle poesie, almeno non più di quanto le poesie contribuiscano a spiegare aspetti del saggio. Il mio proposito era di offrire al lettore due approcci alternativi – uno artistico/estetico e l’altro psicologico/filosofico – allo stesso archetipo. Ma nella consapevolezza che, per quanta luce si possa tentare di fare con la speculazione teorica, il suo nucleo più inconscio è fatalmente destinato a permanere nell’ombra.

Le poesie hanno un filo conduttore, e sono tutte ambientante nell’estate mediterranea. Quali sono le emozioni che vuoi comunicare ai lettori?

Nonostante la complessità di certi temi, nelle poesie ho cercato di esprimere emozioni molto semplici, ingenue, fanciullesche. Emozioni legate all’estate e al sogno di amori adolescenziali; amori perduti con la fine dell’estate, poi rievocati nostalgicamente per il resto dell’anno… e rimpianti per tutto il resto della vita. Per quanto queste emozioni siano espresse tramite la mia individualità, e per quanto nelle mie poesie assumano vaghe connotazioni geografiche, queste emozioni e questi sogni poetici appartengono a tutti noi, a prescindere dal luogo e dal tempo in cui viviamo, e indipendentemente da ogni nozione culturale. L’ ‘io lirico delle mie poesie vorrebbe quanto più possibile tornare ad essere un io collettivo, alieno da quell’individualismo parossistico che nel corso del Novecento ha portato in tanti ad allontanarsi dalla poesia e dall’arte cosiddetta contemporanea. Nel comporre le poesie de Il Segreto di Cora non ho avuto il complesso del modernismo, e non mi sono posto il problema di dover essere contemporaneo. Ritengo che l’arte e la poesia debbano restare fuori dal tempo, soprattutto fuori dal proprio tempo e dalle tendenze imperanti in una certa epoca. Piuttosto che seguire l’ultima moda dell’estrema avanguardia poetica, ho cercato di recuperare l’originario legame della poesia con l’immaginario delle fiabe e dei miti, con quel mondo ‘musico’ (cioè avvolto dalle Muse) da cui provengono ballate e canzoni popolari. Credo di poter dire che l’origine profonda di queste liriche risiede nell’immaginario collettivo, e che il sentimento da cui sono ispirate è il perenne anelito nostalgico verso la natura e l’infanzia collettiva.

L’arte poetica proviene dalla natura e dalla fanciullezza, e ad essa prima o poi aspira a tornare. Sono convinto che, come scriveva Friedrich Schiller, “… c’è un significato più profondo nelle fiabe della mia infanzia che nelle verità rivelate dalla vita…”, e che, nel rapporto tra poesia e natura, le alternative siano due: “o il poeta è natura, oppure cerca la natura”. Per la mia religiosità panteista, credo che la divina e sovraumana Natura sia all’origine di ogni concetto storico di divinità, e che rimanga misteriosamente ancora oggi l’unica e inesauribile fonte dell’arte poetica e musicale. Le poesie de Il segreto di Cora nascono come tante variazioni sullo stesso tema, e in fondo non sono altro che tanti piccoli inni a Lei: alla Dea Natura, quella che si riflette nel simbolismo dell’ ‘eterna fanciulla stagionale’, nel mitologema di Kore/Cora, e nella stessa Musa della Poesia.

Sono convinto che oggi, più che mai, tutti noi abbiamo bisogno di riscoprirla, di amarla, e di tornare a celebrarla. 

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