L’affido – Una storia di violenza e Thelma

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Voglia di cinema! I consigli di Massimo Arciresi 

 

L’affido – Una storia di violenza (Jusqu’à la garde, Francia, 2017) di Xavier Legrand con Denis Ménochet, Léa Drucker, Thomas Gioria, Mathilde Auneveux
Proveniente dal teatro (questo è il suo debutto dietro la macchina da presa), Legrand ci racconta una vicenda d’ordinario sopruso: una separazione non accettata dal marito (l’impressionante Ménochet) che s’impunta sul diritto legale di vedere periodicamente il pietrificato rampollo minore (il promettente Gioria). Anche moglie e figlia (Drucker e Auneveux) lo detestano, e all’inizio il regista lascia supporre che dietro ci sia una presa di posizione; tuttavia il mostro che cova dentro l’uomo si rivela a noi, inarrestabile, e prima che ce ne rendiamo conto ci ritroviamo dentro a una di quelle tragiche situazioni familiari di cui purtroppo sono piene le cronache. Un potenziale monito (magari leggermente lineare) a inconsapevoli carnefici (e vittime) sulle inimmaginabili degenerazioni degli affetti. 

 

Oppure… thelma

Thelma (id., Norvegia/Francia/Danimarca/Svezia, 2017) di Joachim Trier con Eilie Harboe, Kaya Wilkins, Henrik Rafaelsen, Ellen Dorrit Petersen
Raro mix di rigore nordico e thriller paranormale citazionista, che riscatta il regista Trier dal vagamente insapore Segreti di famiglia. La timida studentessa che dà il titolo al film (Harboe, al contempo innocente e ribollente) risente della rigida educazione religiosa impartitale dai provati genitori. Ma è chiaro che la ragazza, trasferitasi a Oslo per frequentare l’università, tra crisi para-epilettiche e proiezioni mentali, ha dei poteri non proprio controllabili legati alle emozioni. Qualche situazione resta parzialmente irrisolta e la parte sui test clinici si dilunga, però è un film che colpisce. 

 

Voglia di cinema! La frase della settimana

«Ok, ma lo faccio solo per te!» Lo sfaccendato Philippe Lacheau accetta la proposta dell’amico e vicino marocchino Tarek Boudali: delle nozze gay di copertura per evitare di essere rimpatriato, nella commedia eccessivamente farsesca (quando non dozzinale) e un po’ troppo imperniata su convenzioni sorpassate (malgrado l’aura liberal), ancorché in grado di strappare qualche sorriso, Sposami, stupido! (Épouse-moi mon pote, Francia, 2017) di Tarek Boudali.

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