Piccola città: un viaggio straordinario nell’ordinario

Piccola Città: in scena gli allievi dell'Associazione Grado Zero

Il nero è assenza di luce, il bianco la sua presenza. Una luce pura ha illuminato il palco del Convento Cabaret di Palermo lo scorso 15 giugno, con la messa in scena di Piccola città, celebre opera teatrale di Thornton Wilder del 1938.

 

di  Redazione

Dieci aspiranti attori, diretti da Rinaldo Clementi e coordinati da Giada Baiamonte, raccontano la vita semplice degli abitanti di una cittadina immaginaria degli Stati Uniti d’America: Grover’s Corners. Un palcoscenico spoglio è teatro di piccoli gesti, momenti ordinari, ma soprattutto di una storia d’amore tra due giovani, Emily e George. Due caratteri diversi, lei ambiziosa e studentessa diligente, lui spensierato e appassionato di baseball, così come diverse sono le loro aspirazioni; eppure qualcosa accade e passo dopo passo, tra timidezze ed incertezze, speranze e sogni, le loro vite si stringono teneramente, eternamente. Un amore ordinario, come ordinarie e senza pretese sono le azioni delle rispettive famiglie dei due protagonisti, nonché degli altri personaggi, tipiche di una piccola comunità a maggioranza repubblicana e protestante qual è Grover’s Corners.

“Ci sono dei versi sanscriti – ha spiegato il regista – che dicono ‘La vita nel mondo è transeunte. Lo stesso dicasi per la gioventù e la ricchezza. Anche il coniuge ed i figli non sono permanenti. Solo la verità ed il buon nome lo sono’. Questa è la riflessione che il nostro spettacolo forse vuole fare. Dico forse, perché di cose certe ce n’è ben poche. In un momento, in un tempo che è sempre lo stesso, purtroppo, di grande confusione, di grande chiasso, più o meno virtuale, l’intento è quello di riflettere sul fatto che tutto passa.”

piccola città
Giada Baiamonte e Fedra Gioè

                  
In questo tempo indefinito e incerto si fanno spazio il minimalismo della messa in scena, l’efficacia dei dialoghi, il bianco candido dei costumi; bianco perché puro, imparziale; bianco perché come scrive Marcela Serrano è il colore dell’origine e della fine, il colore di chi sta per cambiare condizione; il colore del silenzio assoluto; non il silenzio della morte, ma quello del preludio a tutte le metamorfosi possibili.
Piccola città è un prezioso inno alla vita, un’autentica rappresentazione dell’universalità dell’esistenza umana, e nello specifico è il risultato di confronti, incontri e prove sul palco degli allievi dei corsi teatrali dell’associazione culturale Grado Zero. L’opera culminerà con il matrimonio di Emily e George. Un buon matrimonio, chiaro, onesto, pieno di perplessità, confusioni e imbarazzi, come spiega il direttore di scena (interpretato dalla stessa Giada Baiamonte), apparentemente estraneo ai fatti, ma in realtà vera colonna portante di tutta la commedia.

“‘Panta Rei’ diceva Eraclito, e dicevano i greci; – ha infine aggiunto Rinaldo Clementi – tutto passa, tutto scorre. Forse riflettere su questa caducità della vita umana, e non solo umana, ma anche dell’universo, è un pensiero utile per volersi un po’ più bene, rispettarsi un po’ di più.”

 

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