Emergenza idrica nell’hinterland palermitano

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Emergenza idrica: cosa c’è dietro l’emergenza idrica nell’hinterland palermitano? La siccità è solo la causa apparente. Nella realtà, le cause  della crisi idrica sono provocate dalla mancanza di una politica unitaria delle risorse idriche di governi deboli

 

di  Patrizia Romano

Mancanza di risorse, reti colabrodo, opere incomplete, e poi, siccità e invasi quasi a secco. C’è tutto questo e tanto altro ancora dietro l’emergenza idrica in Sicilia. Emergenza che riemerge, ogni anno, dopo periodi più prolungati di siccità e che mette i cittadini in una situazione di grave disagio, provocando un forte aumento dei costi.
Queste, comunque, sono solo le cause apparenti. In realtà, le cause  della crisi che attanaglia l’intera provincia di Palermo, sono provocate essenzialmente dalla mancanza di una politica unitaria delle risorse idriche sull’intero territorio, nonché dall’inadeguata programmazione di oculati investimenti volti alla ristrutturazione e all’ammodernamento degli impianti.
In Sicilia,  le disposizioni in materia di  gestione unitaria del servizio idrico integrato, disposto, peraltro, dalla legge 36 del ‘94, non trovano applicazione in alcuna Provincia. Di conseguenza, permane la frammentazione delle gestioni, l’uso inefficiente delle risorse idriche e il ricorso alle situazioni di emergenza.
Ogni intervento rimane frammentato e l’acqua manca perché non vengono fatti gli adeguati interventi di manutenzione nelle dighe e negli indotti.

Lo scorso marzo, per esempio, si è provveduto alla parziale riparazione dell’acquedotto di Scillato, recuperando  all’incirca 350 litri al secondo. Ma ne mancano altri 350 litri al secondo, per arrivare a una portata in grado di garantire l’erogazione dell’acqua senza soluzione di continuità. La vicenda risale al 2010. Da allora, ben 700 litri di acqua al secondo sono stati dispersi nell’ambiente. Litri di acqua che potevano arrivare alla città per caduta, senza alcun costo di energia elettrica. Purtroppo, quello di Scillato non è un caso isolato.
Ci sarebbero ben 28 cantieri programmati nell’ambito delle opere previste dal Patto per la Sicilia. Cantieri volti alla sistemazione delle dighe siciliane per i quali sono stati stanziati 40 milioni di euro. Nessuno di questi cantieri è mai partito e nessuno dei 40 milioni è stato mai speso.
Non si fa neppure manutenzione ordinaria. Gli invasi, per esempio, sono pieni di detriti e fango perché non hanno mai ricevuto la necessaria manutenzione e, quindi, per sicurezza, l’acqua in essi contenuta, viene fatta defluire in mare. Così, insieme all’acqua, in mare finiscono anche 40 milioni di euro. Non si provvede alla riparazione delle condotte per evitare perdite d’acqua.
Il lago di Piana degli Albanesi è in una condizione allarmante. Le attuali condizioni vengono addebitate alla siccità. In realtà sono legate agli innumerevoli problemi nella rete e nel sistema di distribuzione.
Si contava tanto sull’incontro dello scorso gennaio  tra Amap e la Protezione Civile a Roma per procedere alla requisizione dei pozzi privati. In realtà, non si è ottenuta nessuna deroga immediata per requisire i pozzi privati e, soprattutto, non si è ottenuto nessun fondo per i dissalatori. Inoltre, è stato rinviato anche il riconoscimento dello stato di emergenza.
Eppure, il nuovo Piano prevede poche cose e semplici:  riparazione delle condotte per arginare le perdite e un unico grande dissalatore. Si tratta, in realtà, di una rimodulazione del Piano bocciato due anni fa. Progetti che non porteranno a soluzioni immediate per la crisi idrica, con il razionamento che sembra sempre più alle porte.
Insomma, questo sembra essere il quadro della situazione idrica nel capoluogo e nel suo hinterland. Sembra proprio che non ci sia una soluzione immediata. Se continua così, il rischio è quello di avere poca acqua e a caro prezzo.
Non rimarrebbe che chiedere lo stato di calamità che, da un lato, può accelerare i tempi in merito a soluzioni come i dissalatori perché si ovvierebbe ad alcune lungaggini burocratiche, ma dall’altro lato, non tamponerebbe l’emergenza.

Intanto, il divario tra quanto resta nei quattro invasi e quanta pioggia servirebbe adesso per uscire dall’emergenza, con il passare dei mesi,  diventa sempre più ampio.

 

 

 

 

 

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