Enrico Somma: implosione nel pianeta antimafia

libro Enrico Somma

Nel suo pamphlet “I tabù delle mafie” Enrico Somma si definisce “giornalista senza giacca e cravatta” per essere stato redarguito da un gip che s’inventò una legge inesistente sulla giacca e cravatta proprio per Somma, durante un’udienza “a porte aperte” 

 

di  Pippo La Barba

Il tutto avvenne durante uno sciroccoso 12 luglio palermitano del primo millennio. E per di più in assenza non solo del pm di turno, ma anche della querelante e del suo avvocato, che neanche si erano presentati all’udienza. La procura di Caselli aveva infatti chiesto inutilmente l’archiviazione della querela per diffamazione a mezzo stampa per un articolo pubblicato su “La Sicilia” il 10/01/99, definito “veridico in ogni sua parte” dalla stessa Procura, che  evidenziò anche l’indubbio interesse pubblico della notizia” e il “linguaggio moderato privo di espressioni offensive”, richiesta a firma del pm Sandra Recchione e controfirma di Giuseppe Pignatone.
La vicenda appare più inquietante se si aggiunge che l’articolo riguardava l’inquinamento del “mare colore del vino” per il quale la querelante era già stata condannata con  sentenza destinata a diventare ben presto definitiva.
Ma chi era la querelante? E chi il suo avvocato? Rispondendo a questa domanda casca non solo l’asino ma anche il più importante cavallo di razza dell’universo antimafia palermitano e nazionale. E cade anche il velo su un’inquietante rete di parentele e amicizie altolocate di tipo non solo finanziario ma soprattutto giudiziario. La querela contro Somma portava infatti la firma di Antonina Bertolino, titolare della omonima multinazionale dell’alcol e figlia di un personaggio ‘ntisu come don Peppino, rinviato a giudizio da Falcone e Borsellino (ma assolto al maxi processo), cognata dell’ex “ministro degli appalti della mafia”  Angelo Siino. Il cui avvocato antimafia Alfredo Galasso è lo stesso che con Leoluca Orlando aveva attaccato Falcone proprio alla vigilia delle stragi del ’92.
È un caso quindi  che Galasso si mise a difendere anche la figlia di don Peppino, cognata di Siino? È un caso che ha patrocinato anche le sue  querele contro ambientalisti e politici tra cui anche il presidente della Commissione  Nazionale Antimafia  Francesco Forgione?

A rendere più surreali queste vicende, si aggiunga che Somma fu pure prosciolto dal gup Morosini in modo da poter far scattare un procedimento per calunnia per chi aveva affermato che “il giornalista accredita nei confronti dei lettori notizie assolutamente false come vere”. E tuttavia Galasso – afferma Somma – dopo il gip della giacca e cravatta, trovò in Procura Generale un altro suo allievo che era stato pure suo assistente universitario (diventato magistrato) che impugnò la sentenza Morosini ricalcando certe affermazioni del suo maestro smentite da documenti agli atti. Tutto ciò in antitesi alla Procura di Caselli e di Grasso, che a firma Scarpinato respinse la medesima richiesta di impugnazione.

A rendere grottesca la vicenda c’è pure un altro fatto antecedente: nella udienza precedente a quella della giacca e cravatta lo stesso gip era stato addirittura redarguito dall’Aggiunto Teresi per avere invaso “le prerogative del titolare dell’azione penale”, cioè la Procura. Grazie ai buoni uffici dell’avvocato Galasso, la Bertolino riuscì comunque a far processare il “giornalista senza giacca e cravatta” in un “processo contro la Costituzione italiana”, stando a quanto affermato in aula dal prof. Donato Messina (titolare di Diritto Penale all’Università di Palermo), avvocato di Somma.
Questa vicenda processuale si è infatti sviluppata in contrasto anche con la Procura di Caselli e con quella di Grasso. Mentre peraltro la Bertolino otteneva (senza poterlo a quanto pare utilizzare) un finanziamento di 62 miliardi con legge n. 488 varata dal governo Dini.
Nel 1984 Somma aveva già scritto del “mare colore del vino” in articoli pubblicati sul “Giornale di Sicilia” non firmati, quando nessuno osava parlare di queste vicende su cui aleggiava la presenza di don Peppino e di Siino prima che si “pentisse”. Vicende che Somma continuò a raccontare da direttore responsabile dei Tg di “Teleoccidente” e “Tv7 Partinico . Ma la querela arrivò solo per quell’articolo del ’99 pubblicato in un quotidiano moderato come “La Sicilia”.
Il processo durò dieci anni solo in primo grado (un record unico) e si concluse con l’assoluzione piena e definitiva di Somma. Dopo che lo stesso Somma ricevette la solidarietà del presidente dell’Ordine Giornalisti di Sicilia Bent Parodi e dei sindacati dei giornalisti Fns e Unione cronisti sia prima che dopo l’assoluzione. E a testimoniare che la vicenda riguarda la Salute pubblica e la libertà di Stampa e pensiero, arrivò anche la solidarietà dei due presidenti della Commissione Antimafia del tempo, gli on.li Lumia e Forgione. Entrambi querelati dalla cognata di Siino. Uno prosciolto in istruttoria e l’altro processato e assolto come Somma e dopo di Somma. Assolto anche il dott. Provenzano, che aveva richiamato la letteratura medica sui rischi di quel tipo di inquinamento. Su di lui il “Giornale di Sicilia” titolò: “Querelato 44 volte. Prosciolto”.
Tutta questa storia paradossale dimostra, al di là delle tante mezze verità e tentativi di depistaggio avvenuti purtroppo all’interno delle istituzioni, che in un territorio come quello di Partinico, contrassegnato da un accentuato potere della mafia, è possibile eludere leggi e regolamenti.
Tutto ciò è avvenuto nonostante le lotte condotte anche dentro la stessa distilleria Bertolino e guidate da Simone Giocopelli (che capeggiò l’occupazione dell’industria nel 1982 alla testa degli operai) e quelle popolari guidate dal “Patto Salute e Ambiente” fondato da Nino Amato con il supporto di una parte del Consiglio comunale e della stessa popolazione.
Partinico infatti è sempre stata un polo mafioso ma anche un avamposto dell’antimafia vera. Basti ricordare che nel 1970 Danilo Dolci vi costituì la prima radio libera.
A Dolci è infatti dedicato un capitolo importante di questo libro così come un altro capitolo è dedicato all’avv. Giuseppe La Franca, vittima di mafia con decreto del Ministero dell’Interno. Forse non è un caso il fatto che Somma fu compagno di Peppino Impastato al liceo classico Garibaldi di Partinico e che fu il primo giornalista a intervistare mamma Felicia e Caponnetto in un periodo in cui non lo aveva fatto nessun giornalista prima, come notò Giovanni Impastato.

Titolo: I tabù delle mafie
Autore: Enrico Somma
Editore: Europa Edizioni  

Prezzo: Euro 15,90

Questo articolo ha 2 commenti

  1. Il libro presentato nella sede dell’osservatorio, intitolato all a memoria dell’avv. Gi u seppe La Franca vittima di mafia, nel novembre 2016, fu arricchito nel suo contenuto totalmente veritiero anche dalla testimonianza in quella sede di Elio Chimenti, già senatore della repubblica e dei due sindaci Pino Bongiorno e Gino Geraci che la procura arrestò per avere fatto il loro dovere istituzionale. Da primi cittadini, fecero opporre alla distilleria i sigilli agli scarichi inquinanti x come loro era stato comunicato con il verbale dal nucleo provinciale antinquinamemto. Vennero assolti per non avere commesso il fatto .La procura non ha mai chiesto loro scusa. Vergogna

    1. Caro Claudio ti ringrazio della testimonianza. Ti debbo in parte correggere precisando che non solo i sindaci Bongiorno e Geraci, ma buona parte dell’Ufficio tecnico comunale che aveva respinto le assurde pretese della Bertolino fu arrestato capovolgendosi il senso di un verbale di interrogatorio di B. Di Maggio che raccontava come su richiesta di Siino e della cognata anche il sen. Avellone (sottosegreterio di Stato) sarebbe stato minacciato su incarico di Riina “mentre si riuniva il Consiglio comunale per discutere la questione”(Bertolino). Il mio pamphlet contiene altri inquietanti dettagli tra cui il fatto che il marito della cognata di Siino salì sul palco dei comizi a fianco di Avellone per prendere le distanze dalle prepotenze della moglie (su cui molto significativa la testimonianza del sen. Chimenti e dell’ex cons. Fedele del PCI). E in tali vicende circolò anche la voce che contro Avellone ci fosse in giro un killer per “sparare alle gambe” di Avellone. I sindaci e i tecnici comunali arreststi non furono però assolti ma beneficiati da una archiviazione per decorrenza dei termini dei reati conseguente a una pesante derubricazione delle accuse del pm voluta dal giudice V. Alcamo (come ha confermato Pino Bongiorno) in contrasto con la Procura. Ne seguì peraltro in modo ancor più chiaro l’assoluzione da parte della Corte dei conti di tutti i procedimenti conseguenti di risarcimento perchè non c’era nessuna responsabilità degli atrestati in quei fatti. E ciò rende ancor più inquietante questa vicenda.

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