Due sotto il burqa e L’insulto…al cinema

l'insulto

 

Voglia di cinema! I consigli di Massimo Arciresi

 

L’insulto (L’insulte/Qadiat raqm 23, Francia/Libano/Belgio/Cipro/USA, 2017) di Ziad Doueiri con Adel Karam, Kamel El Basha, Rita Hayek, Camille Salameh
A Beirut un meccanico cristiano-maronita (Adel Karam) “innaffia” dal suo balcone (privo di una grondaia a norma) un capomastro palestinese (Kamel El Basha, premiato con la Coppa Volpi a Venezia). La situazione degenera in un’ingiuria, una pretesa di scuse, una causa in tribunale che assume un’eco nazionale, con tanto di schieramenti (per non parlare del significativo conflitto generazionale tra gli avvocati delle due parti). Un film pregno di argomenti, così universale da essere apprezzato anche da chi non s’intende di politica libanese. La ragione non esiste, a prevalere sono annose questioni etniche, alimentate da vecchi discorsi di Gemayel trasmessi alla radio e dall’orgoglio personale. E poi c’è la splendida – per quanto prevedibile – scena del guasto all’auto, a ribadire che sono solo chiacchiere. 

 

Oppure… due_sotto_il_burqa

Due sotto il burqa (Cherchez la femme, Francia, 2017) di Sou Abadi con Félix Moati, Camélia Jordana, William Lebghil, Anne Alvaro
I fidanzati Armand e Leila andranno negli USA per un’incipiente carriera diplomatica. Ma il fratello di lei, Mahmoud, torna dallo Yemen tramutato in fondamentalista islamico, deciso ad arginare i “facili costumi” della ragazza. Al partner, figlio di battaglieri persiani, non resta che mettere il chador per frequentarla di nascosto, spacciandosi per la misteriosa Shéhérazade che, inevitabilmente, rapisce il cuore dell’inflessibile “cognato”. Roba da pochade, direte voi, eppure l’iraniana Abadi realizza un film a suo modo necessario, attento nella descrizione del “nemico”. Però manca un vero sviluppo. 

 

Voglia di cinema! La frase della settimana

«Primo: la Repubblica Italiana non riconosce i titoli nobiliari…» L’ispettore Giuseppe Battiston, al suo primo caso importante, spiega alla domestica Gisella Burinato perché il padrone di casa Rade Serbedzija, produttore di vino apparentemente suicidatosi, non può essere definito conte nell’insolito, accattivante ma non del tutto fluido giallo veneto Finché c’è prosecco c’è speranza (Italia, 2017) di Antonio Padovan.

 

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