Quello che le donne non dicono. Il caso Weinstein

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Sono 93 le donne minacciate, molestate e aggredite. Attrici famose e non, ma in molti, soprattutto in Italia, le accusano di aver taciuto per anni. Il caso Weinstein. Ne parliamo con Marina Li Puma, psicologa e psicoterapeuta sistemico-relazionale

 

di  Claudia Ferreri

Il caso Weinstein. Ovviamente bisogna analizzare i singoli casi, ci saranno molte vittime, la maggior parte, ma anche molte  conniventi. Certo se tanti indizi fanno una prova qui non ci sono dubbi. Il focus è perché, in tutti gli ambiti,  le situazioni di potere scatenano comportamenti non corretti. Chi ha un ruolo di potere possa considerare normale fare delle avances e far passare l’idea che doverle accettare sia un passpartout per lavorare o far carriera. Questo è un caso eclatante e le vittime sicuramente saranno ben sostenute, ma l’analisi serve per evidenziare quante donne invece ancora oggi devono aver paura di denunciare perché non certe della protezione, della pena, della legge, della legalità.
“Perché ha parlato solo adesso, perché non si è difesa? Perché non ha rifiutato?  Se l’è cercata. Ha voluto farsi pubblicità”. La cosa più odiosa di queste frasi che a pronunciarle sono state delle donne. Sono state loro ad accanirsi contro l’attrice Asia Argento, di fronte la sua confessione di vittima dell’orco Weinstein. Pochissima solidarietà, moltissima criminalizzazione. Soprattutto in Italia. : «Non ho ricevuto nessuna critica per il mio comportamento in nessun altro Paese», afferma sconvolta l’attrice.
E purtroppo non è una novità che di fronte un abuso, una violenza subita i riflettori si concentrino sulle presunte colpe delle vittime non sugli uomini violentatori, stupratori, assassini. Perché le cose, le azioni vanno chiamate con il loro nome.
Weinstein, era l’uomo più potente di Hollywood, il capo della Miramax, casa produttrice cinematografica da Oscar. E tutte ne avevano paura: “ Perderò il mio posto di lavoro? Sarò umiliata? Verrò creduta? Qualcuno starà dalla mia parte? ”. Sì, queste domande si sono poste tutte le donne aggredite, molestate o minacciate da Weinstein. 93 in totale, 14 delle quali sarebbero state stuprate. E sarebbero le domande che ci porremmo anche noi se avessimo subito tutto ciò. L’ha spiegato bene la Presidente della Camera, Laura Boldrini: “ Non è importante se e quando una donna decide di denunciare un abuso. Queste sono sue scelte. Lo scandalo è che un uomo di potere si sentiva libero di saltare addosso alle ragazze». Perché la triste verità è che nell’ambiente molti erano a conoscenza della fame di quell’uomo. “Abbiamo taciuto perché era la nostra gallina dalle uova d’oro”, così ha affermato Scott Rosemberg, sceneggiatore che ha lavorato per anni con Weinstein. “Chiedo scusa alle donne che hanno dovuto subire. Mi scuso, e mi vergogno. Perché, alla fine, sono stato complice. Ho incassato i benefici e ho tenuto la mia bocca chiusa”.
Tutti sapevano, tutti nascondevano la polvere sotto il tappeto.

Per aiutarci a comprendere meglio questi comportamenti, queste distorsioni abbiamo coinvolto la dottoressa Marina Li Puma, psicologa e psicoterapeuta sistemico-relazionale

Perché si colpevolizza sempre la vittima e non il carnefice?
Io non credo si colpevolizzi sempre la vittima. Io credo ci siano vittime e vittime, denunce e denunce. Per comprendere a fondo una vittima, devi capire anche il contesto in cui è avvenuta la violenza, il rapporto con il carnefice e le dinamiche intercorrenti. Una donna maltrattata dal marito che non riesce a lasciare è un conto, una donna che reitera la frequentazione del suo carnefice per chiari vantaggi secondari di ordine carrieristico quanto meno genera il dubbio che ‘la non denuncia del fatto’ non derivi dalla paura di non essere creduta, ma da un altro tipo di paura.
Cosa pensa di questo violento attacco nei confronti di Asia Argento da parte delle donne?Donne che odiano le donne?
Asia Argento ha generato critiche e indignazione perché, una delle caratteristiche per cui una vittima è vittima è l’impossibilità da parte sua di controllare l’evento violento. Direi che nel suo caso, poteva controllarlo eccome, intanto sottraendosi e poi andandolo a denunciare dopo la prima richiesta di sesso ricevuta dal produttore. Io condivido ciò che dice la Boldrini, ma una cosa è denunciare un abuso subito da piccoli da un familiare e la portata traumatica dell’evento è tale che la psiche ci mette  anni per accettarlo e decidere di condividerlo, una cosa è, ripeto, la scelta  di controllare il proprio destino professionale a tutti i costi, pure quelli che dopo trent’anni dichiari che ti sono stati estorti. Non regge, ovviamente sempre a mio avviso. Puzza di mistificazione.
Al di là della sessualità, cosa spinge questi uomini di potere a mettere in pratica questi atti?
Spesso l’assoggettamento sessuale  dell’ altro rivela il definitivo punto di domanda di alcuni di questi uomini di potere e che è: “Fino a che punto ancora posso arrivare nel delirio imperialista del mio Io?” E il dominio di un altro essere umano uomo o donna che sia rimane l’ultimo baluardo di una onnipotenza malata che non conosce nessun argine correttivo. È un meccanismo che ricorda lo ‘ius prime noctis’ di un tempo..” Vuoi vivere nel mio regno, devi sottostare alle mie regole, pena l’espulsione”. La molestia è una ‘sonda’ che il maschio ( che vorrebbe essere Alfa, ma che in realtà arranca) lancia per comprendere quant’è grande il margine di manovra con la vittima di turno. Per questo i messaggi che dobbiamo mandare noi donne devono essere sempre inequivocabilmente chiari, qualunque nostra esitazione viene interpretata come un varco, che un giorno ci può venire rimbalzato come connivenza al gioco del carnefice.
C’è chi dice che vengano eccitati dalla paura delle donne, dalla loro fragilità.
È ovvio che per il gioco del dominatore la paura dell’altro è l’afrodisiaco più importante, conferma la posizione di superiorità che chi attua la coercizione sessuale ha bisogno di  provare per sentire confermata la propria distorta virilità. Qualunque prospettiva di parificazione relazionale viene spesso vissuta come minacciosa per il fragile sé del carnefice, un sé che senza il paravento del dominio dell’altro perde il senso stesso della sua esistenza.

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