120 battiti al minuto e Ammore e malavita…al cinema

120_battiti_al_minuto

 

 

Voglia di cinema! I consigli di Massimo Arciresi

 

120 battiti al minuto (120 battements par minute, Francia, 2017) di Robin Campillo con Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois, Adéle Haenel, Antoine Reinartz.
Gran Premio della Giuria a Cannes, il film di Campillo (sceneggiatore e montatore per Cantet, e la vicinanza – malgrado ulteriori influssi di Kechiche – si sente) dura tanto ma esibisce uno stile invidiabile, soprattutto nell’uso di flashback e flashforward. La trama riguarda le lotte degli anni ’90 degli attivisti francesi di Act-Up, giovani sieropositivi (quasi tutti), in prevalenza gay, che, attraverso azioni e provocazioni pacificamente rabbiose, spesso discusse perfino all’interno del gruppo, richiamano l’attenzione pubblica sui problemi legati all’AIDS (di cui, ahinoi, oggi si parla poco), su prevenzione e vergogne burocratiche. All’occorrenza scabrosa, la pellicola, non arretra di fronte a potenziali contraddizioni dei protagonisti, in nome, però, di un orgoglio identitario più forte della malattia.

                                                                                                                                 

Oppure… ammore_e_malavita

Ammore e malavita (Italia, 2017) di Marco Manetti, Antonio Manetti con Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Claudia Gerini, Carlo Buccirosso.
Lo sappiamo, Song ‘è Napule fu una sorpresa e centrò il bersaglio. Ciò non significa che quest’altro ricco mélange di musical e sceneggiata, azione e gangster movie, romanticismo e commedia firmato dagli “ingordi” fratelli Manetti non sia parimenti godibile, pur con qualche difettuccio di equilibrio. Killer traumatizzato ritrova in parte se stesso quando riconosce nell’infermiera che deve uccidere l’affezionata fidanzatina della sua adolescenza; l’“ammore” (rafforzato prima che dialettale) neutralizza la delinquenza. Sparatorie da non prendere troppo sul serio e cantanti veri, come il bravo Franco Ricciardi.

 

La frase della settimana

«I respect you.» L’artista Ai Weiwei, nel corso della sua ricognizione fra gli immigrati di tutto il mondo, si rivolge con istintivo affetto a uno di loro, dopo avergli proposto, per scherzo e con ricambiata complicità, uno scambio di passaporti (a simbolica dimostrazione dell’indiscutibile uguaglianza che intercorre fra gli uomini), nell’imperfetto ma sentito documentario Human Flow (id., Germania, 2017) di Ai Weiwei.

 

 

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