Il “Quinto Canto” dei monaci architetti della Palermo barocca

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Nepal, Samarcanda, Tibet, quante volte siamo rimasti affascinati dai racconti di fantastiche pagode e monasteri tibetani? Eppure, Palermo, non è stata da meno, se non di più

 

di  Salvo Sbacchis

Quando parliamo di monasteri, pensiamo subito a quelli straordinariamente carichi di mistero dell’India e della Birmannia, coi loro santuari e monasteri creati secondo regole precise. Regole che anche i vari ordini religiosi palermitani osservavano, attraverso i cosiddetti “preti architetti” del Seicento. Ma chi furono questi preti architetti?
In genere erano figli dell’aristocrazia di un tempo, mandati dai genitori a studiare nei conventi e nei monasteri. Periodo in cui le famiglie ricche, di prestigio e blasonate, per fare sentire meno la mancanza degli sfarzosi palazzi lasciati alle spalle, nella Palermo barocca del Seicento, dal Cassaro a via Maqueda, facevano a gara per il possesso dei migliori lotti della città sui quali costruire le ricche chiese; chiamando  ad abbellirle artisti come il Gagini, il Caravaggio, o lo Zoppo di Gangi.
Ma per far ciò bisognava conoscere bene le “misure” religiose del Barocco romano. Ragion per cui, gli Ordini mandavano i confratelli a Roma a studiare la cupola di Michelangelo, il colonnato del Bernini, le colonne tortili salomoniche del baldacchino di san Pietro, per poi impegnare i confratelli  nella costruzione delle loro chiese barocche siciliane. Periodo che si può identificare come il periodo d’oro dei sacerdoti architetti del barocco siciliano.
Tra i preti architetti a Palermo ci  furono il gesuita Angelo Italia (chiesa di san Francesco Saverio, 1685); il domenicano Andrea Cirrincione (chiesa di San Domenico, 1640); il gesuita Natale Masuccio (chiesa di Casa Professa, 1603); il crocifero fra’ Giacomo Amato (Santa Teresa alla Kalsa, 1686); il teatino Pietro Caraccio (san Giuseppe dei Teatini, 1612), e  tanti altri confratelli protagonisti del barocco religioso palermitano.

Tra le cose strane lasciateci dai monaci architetti, figura anche un Quinto Canto.

Quello realizzato a ridosso della chiesa di san Giuseppe dei Teatini, simmetrico a quello che occupa il cantone meridionale del “Teatro del Sole”: la croce apotropaica messa a sigillo dei quattro mandamenti di Palermo, tra il Cassaro e via Maqueda. Piazza che sin dal 1603, regge i quattro simboli del potere: quello religioso rappresentato dalle statue delle sante; quello della natura rappresentato dalle quattro stagioni; quello del potere temporale rappresentato dai quattro governatori, e infine, quello araldico rappresentato dagli stemmi regali.
Ebbene, quando i teatini si trovarono ad  affrontare il problema della facciata della chiesa sul Cassaro, per dare   simmetrica alla piccola facciata della chiesa, vi aggiunsero un Quinto Canto.  “Quinta” scenica barocca che per suggestività non ebbe nulla da invidiare ai Quattro Canti di campagna di piazza Vigliena.
Un Quinto Canto che però, al turista frettoloso e distratto sfugge e non scorge, in quanto un po’ nascosto, sulla parte destra del prospetto verso la Cattedrale, su quella che oggi è la zona pedonale di corso Vittorio Emanuele.
Quinto Canto che però non segue il ritmo degli altri quattro. Infatti, il  Quinto Canto verrà concluso solo nel 1788, quando i marmisti Ignazio Musca e Salvatore Durante, seguiti dall’architetto Domenico Fugazza, sigilleranno a tale data il completamento dei lavori interni della chiesa di san Giuseppe dei Teatini, partiti nel 1609 assieme a quelli per i Quattro Canti.
Da lì a poi, posta nel 1845, a sigillio del Quinto Canto la statua in stucco raffigurante San Gaetano Thiene, fondatore cinquecento anni fa dell’Ordine dei Teatini, i lavori interni alla chiesa si potevano considerare conclusi.
Lavori di san Giuseppe dei Teatini che in verità dal 1609 a oggi non si sono fermati mai; nè nell’Ottocento, quando vengono realizzate le conche per le quattro fontane di piazza Vigliena,  nè nel Novecento, quando si dovettero riparare i danni delle bombe degli alleati del 1943 che distrussero le più belle chiese palermitane dei preti architetti,  compresa la cupola di san Giuseppe dei falegnami. Bombe che però, lasciarono miracolosamente in piedi i Cinque Canti, col Quinto fermo a segnare l’ora nona dei preti architetti in Sicilia.

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