Di Donato. Nella percezione, nel ‘non luogo’

Michele Di Donato

Senso della evanescenza e della solitudine lega i ‘non luoghi’ di Michele Di Donato, esposti, a cura di Vincenzo Cucco, al Mondadori Megastore. Una  ricerca essenziale in cui il suo linguaggio fotografico appare colmo d’una estraniante empatia

 

di  Aldo Gerbino

La foto è vero e proprio atto iconico: azione non limitata soltanto al gesto meccanico dello “scattare”, ma che include l’atto della sua ricezione e quello della sua contemplazione. Non a caso essa, nella misura offerta da Philippe Dubois in L’atto fotografico, definisce un ‘punto di vista’: spazio, luce, effetti umorali, psicologici, sostanziati nel problema secco del rapporto realtà e verosimiglianza, in quel modo per cui «l’immagine fotografica diventa», comunque, «inseparabile dalla sua esperienza referenziale, dall’atto che la fonda». E tale atto in Michele Di Donato sembra compenetrarsi nella percezione della evanescenza, della fuga della persona fagocitata in augériani ‘non luoghi’, in ‘vite notturne’, nella scomposizione della sua stessa identità. Ma, ad attestare tale fisicità, è la sua ombra decisa a tener fermo l’obbiettivo su spazi che si dilatano fino a far tracimare un tocco metafisico.Michele Di Donato

Allora tale ‘tocco’ si rivela quale ‘campo’ che si estende; esso domina ciò che resta dell’immagine concreta, consente di affidare alla forza metaforica l’ombroso suo versante concettuale. Ogni foto, come abbiamo già scritto, immette in quella sfera cognitiva, pre-linguistica (nei modi voluti da Lakoff e Johnson), con l’intenzione di amplificare il discorso sulla poetica fotografica resa più incisiva, e, allo stesso tempo, estendendola sia sul piano spaziale sia su quello temporale. Con Di Donato, la dimensione del “non luogo” dilaga all’interno del progetto creativo istituendo una nuova e rinnovata condizione d’analisi, agendo sull’empatica comunicazione tra fruitore e immagine, tra immagine e autore, diventando, ciascuno, corresponsabile di tale cerchio creativo: l’interezza dell’immagine tradisce i sensi più nascosti, la dinamica voluta dall’occhio, dalla sua esperienza, dalle sue scelte. Le interazioni sensoriali afferenti all’atto iconico non fanno altro che dilatare lo spazio, decomprimono le possibilità recettoriali della percezione accrescendo in tal modo il ventaglio dei significati, restituendo al “non luogo” uno smalto metafisico sconosciuto prima dell’atto iconico e magnificando l’intima visione dell’immagine. Marshall McLuhan in Vanishing Point (“Il punto di fuga”, 1968; 1988) sancisce come «l’effetto artistico serva ad accrescere la percezione», espungere, ad esempio, lo scenario in cui è collocata un’opera è utile a potenziare l’opera stessa, così «qualsiasi forma ambientale», – si afferma, – «satura la percezione, cosicché il carattere del prodotto artistico, nel suo essere ambientale, rischia» l’impercettibilità.

E può accadere, come qui accade, il contrario: cioè che tale desaturazione restituisca pieno vigore all’ambiente e all’opera che lo fissa, configurando ancor più la sostanza della figura umana dispersa nel vuoto; ma essa, proprio dal vuoto, ricompone, infine, la sua solitudine, la sua dispersa esistenza.

 

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