Economia cinese in Sicilia… avanti tutta

Lanterna rossa

In Sicilia si contano quasi tremila imprese cinesi. Il volume di affari tra la Sicilia e la Cina ha sfiorato i 157 milioni di euro di importazioni e più di 31  milioni di euro di esportazioni. Andamento dell’economia cinese in Sicilia

 

 d Luca Licata

In Sicilia si contano quasi tremila imprese cinesi. La maggiore concentrazione si registra a Catania e nel capoluogo siciliano. Seguono Messina, Agrigento, Trapani, Ragusa, Siracusa, Caltanissetta e, infine, Enna. Nell’ultimo decennio, il numero di aziende è cresciuto vertiginosamente.
Secondo dati forniti dall’Unione artigiani, sono aumentate, addirittura, del 166 per cento. L’economia cinese in Sicilia gioca un ruolo importante.
Grazie all’effetto ‘prezzi inimitabili’, i cinesi hanno interamente conquistato il mercato siciliano. Insomma, le lanterne rosse, per i cinesi simbolo di buono auspicio, imperversano sulle strade di tutti i centri dell’Isola.
Il giro d’affari tra la Sicilia e la Cina è forte anche sul piano dell’import ed export. Basti pensare che, negli ultimi due anni, ha fruttato oltre 157 milioni di euro di importazioni e più di 31 milioni di euro di esportazioni. Le vendite sono aumentate dell’1 per cento, gli acquisti del 6 per cento.
I settori trainanti per le esportazioni dalla Sicilia in Cina sono stati quelli degli articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici per 9,5 milioni di euro, prodotti alimentari, bevande e tabacco per 8,6 milioni di euro, sostanze e prodotti chimici per quasi 5 milioni di euro, prodotti tessili, abbigliamento, pelli e accessori per oltre 4 milioni di euro, macchinari ed apparecchi per 1,5 milioni di euro.
In Sicilia una delegazione di operatori cinesi ha mostrato forti interessi a entrare in contatto con imprese bio farmaceutiche siciliane alle quali proporre collaborazioni con investitori del mercato orientale.
Secondo una analisi della Coldiretti relativi ai primi 5 mesi dell’anno, con le importazioni dall’estero aumentate del 13 per cento nel 2016, si è registrata una vera e propria invasione di miele straniero in Italia, in modo particolare, cinese.
Esistono forti opportunità pure negli scambi ortofrutticoli. Un settore pieno di problematiche che dovrà tenere conto delle modalità di accesso ai mercati, le politiche fitosanitarie e i relativi requisiti obbligatori, nonché le politiche di sicurezza alimentare e le specifiche procedure da attuare per l’importazione dei vari prodotti.
Occorre, certo, rendere edotti i cinesi sulla complessità delle norme comunitarie in materia di sicurezza alimentare, sia per limitare la pressione durante i negoziati per l’esportazione di nuovi prodotti ortofrutticoli verso la Cina, sia per indicare ai cinesi la strada per entrare in Europa nel pieno rispetto delle regole.
Favorire lo scambio con la Cina è uno degli obiettivi strategici anche di UniCredit, che ha presentato agli imprenditori del settore vitivinicolo il progetto E-Marco Polo, che consentirà alle aziende vinicole siciliane di vendere il proprio prodotto direttamente ai consumatori cinesi senza avere una presenza fisica nel paese.
Anche sul piano istituzionale, l’economia cinese ha in Sicilia un ruolo sempre più incisivo. Nell’ultimo triennio, la Regione Siciliana ha individuato nel mercato cinese un’area di grande interesse. Infatti, ha rafforzato lo sviluppo dei processi di internazionalizzazione e di scambio con il mercato cinese, avviando una serie di progetti, come Eupic China e Vivere all’Italiana.
L’approvazione in giunta del Print e l’inserimento nel Po Fesr di circa 68 milioni destinati all’internazionalizzazione testimoniano, a torto o a ragione, la volontà di fornire un forte sostegno all’internazionalizzazione dell’economia siciliana proprio verso la Cina.
Insomma, sembra proprio che la Regione Siciliana stia costruendo un forte dialogo con il continente cinese e stia facendo di tutto affinché i nostri prodotti possano trovare sbocchi in quei mercati, nella speranza che contestualmente si possano ricevere investimenti da quel paese.
A proposito di investimenti, però, dobbiamo dire che, fino a ora, gli investimenti vanno per tre quarti nel Nord Italia, lasciando alla Sicilia soltanto le briciole.

 

 

 

 

 

 

 

 

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