L’evoluzione dell’ occupazione femminile negli ultimi dieci anni in Italia e in Sicilia

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Nel contesto nazionale, la Sicilia ha sperimentato una crescita della domanda di lavoro femminile valutabile intorno al 2,8 per cento (comunque molto distante dal +17,2 per cento osservato ad esempio nel Trentino-Alto Adige)

di Giacomo Giusti*

Nell’arco di questi ultimi cinque-sei anni che, come a tutti noto, sono stati contrassegnati da una pesantissima crisi economica che ha bruciato quasi il 10% della ricchezza nazionale, l’opinione pubblica e gli analisti economici si sono soffermati sulla crisi del mercato del lavoro, concentrandosi in particolare modo sulle difficoltà che hanno sperimentato e che continuano a sperimentare le fasce di popolazione più giovani (essenzialmente gli under 25), nonostante qualche recente timidissimo segnale di ripresa.

Un pochino più defilato è sembrato essere, invece, il dibattito sui differenziali occupazionali di genere, analizzati quasi esclusivamente sotto l’ottica dell’analisi delle forbici retributive fra maschi e femmine a parità di posizione professionale. Un tema certamente rilevante, ma che non deve far tacere come negli ultimi dieci anni si sia assistito a un fenomeno che ha visto sempre più donne bussare alle porte del mercato del lavoro con risposte che possiamo definire alterne. I dati del decennio 2004-2014 sono, in questo senso, piuttosto eloquenti. Grazie anche alla crescita della presenza straniera, la domanda di lavoro complessiva nel nostro paese è cresciuta in modo sostenuto, nonostante siano intervenuti nel frattempo diversi fenomeni di scoraggiamento che hanno portato una quota di popolazione a defilarsi dall’azione di ricerca di un posto di lavoro. Negli ultimi dieci anni, infatti, l’esercito delle cosiddette forze di lavoro (ovvero il complesso delle persone occupate o in cerca di un lavoro) è cresciuto di oltre 1,2 milioni di unità, passando da 24,3 milioni di unità alle attuali 25,5 milioni.

A trascinare la crescita di questo aggregato sono state, indiscutibilmente, le donne, incrementatesi di quasi un milione di unità a fronte della crescita di circa 200 mila persone appartenenti al cosiddetto sesso forte.

Vediamo i processi attraverso i quali la Sicilia ha sperimentato una crescita della domanda di lavoro femminile

Come si può spiegare questo fenomeno? Molto probabilmente su questo sviluppo hanno influito le reazioni che le famiglie hanno avuto rispetto agli andamenti dei cicli economici e, in particolare modo, nelle fasi di recessione più acuta. Infatti, la curva delle forze di lavoro femminili evidenzia come fra il 2004 e il 2007 vi sia stata una sostanziale stabilità con una prima impennata registratasi nel 2008 (di fatto il primo vero anno della crisi), seguita da un altro triennio di stabilità a cui è seguito un nuovo picco nel 2012 (ovvero il secondo picco della recessione) e uno nel 2014 (il momento della sia pure timida ripartenza).

Questi indizi potrebbero portare a sostenere la tesi che la crescita della domanda di lavoro femminile sia stata principalmente legata al fatto che le donne sono scese in campo principalmente per sopperire alle difficoltà occupazionali di un coniuge o di un familiare in genere e che hanno portato alcune donne ad interessarsi del mercato del lavoro senza peraltro più uscirne. E una ulteriore conferma di questa tesi può venire fuori dall’analisi territoriale di queste informazioni. Infatti, le regioni che hanno fatto segnare una crescita maggiormente significativa della domanda di lavoro femminile sono praticamente tutte quelle del Centro-Nord, ovvero quelle aree dove la crisi ha segnato in misura più marcata la discontinuità della vita di diverse famiglie rispetto ad un Mezzogiorno dove la recessione si è andata a innestare in un contesto che già precedentemente alla recessione era molto difficile, portando delle conseguenze relativamente più limitate.

In questo contesto nazionale, la Sicilia ha sperimentato una crescita della domanda di lavoro femminile valutabile intorno al 2,8% (comunque molto distante dal +17,2% osservato ad esempio nel Trentino-Alto Adige) e che se appare modesta in confronto con gli altri territori, appare decisamente rilevante se paragonata all’andamento della domanda di lavoro degli uomini calata di circa 50 mila unità in dieci anni (pari al -4,4%).

Ma questa maggiore disponibilità delle donne a mettersi in discussione è stata premiata dal mercato del lavoro. Ovvero, l’accresciuta domanda di lavoro delle donne è stata soddisfatta? La risposta a questo quesito appare essere come il più classico dei “NI”. Infatti, se le forze di lavoro al femminile sono cresciute, come detto, di oltre un milione di unità, l’occupazione è aumentata di “solo” 524 mila unità a cui è corrisposta una perdita di 608.000 posti di lavoro per quanto concerne gli uomini. Quindi, di fatto poco più del 50% della nuova domanda di lavoro è riuscita a penetrare nel mercato.

La crescita dell’occupazione femminile e la corrispondente decrescita di quella maschile hanno portato a una sostenuta crescita del livello di femminilizzazione dell’occupazione del nostro paese, vale a dire la quota percentuale di donne occupate sul totale. Nel 2014, questo indicatore si è assestato nel complesso del paese al 41,9%, circa, due punti e mezzo in più rispetto al 2004. Un trend certamente confortante che non deve però far dimenticare che  il confronto con gli altri paesi europei vede il nostro paese in una posizione di considerevole ritardo visto che solamente Malta nell’ambito dell’Unione europea presenta un tasso di femminilizzazione più basso del nostro e ben lontane appaiono le performance delle repubbliche baltiche (su tutte Lettonia e Lituania), paesi in cui lavorano più le donne che gli uomini.

Tornando al nostro paese, il livello di femminilizzazione fra 2004 e 2014 è cresciuto in tutte le regioni italiane e una delle regioni in cui si è assistito ad un maggiore sviluppo è stata proprio la Sicilia che ha visto crescere il suo livello di femminilizzazione dal 32 al 35,3%, con una crescita che in Italia ha avuto eguali solamente nell’altra isola maggiore. Ma come si può vedere il livello di presenza femminile nell’occupazione della Sicilia (ma il discorso vale in generale praticamente per tutto il Mezzogiorno) è ancora molto modesto con tutte le regioni dell’area ad eccezione di quelle più settentrionali (Abruzzo, Molise e Sicilia) che sarebbero ultime in Europa se fossero nazioni a se stanti.

La Sicilia, in particolare, nonostante il recente sviluppo appena descritto appare oggi terzultima in Italia come livello di femminilizzazione (a fronte dell’ultimo posto del 2004), precedendo solamente Campania (peraltro di una inezia) e Puglia. All’interno della regione, tutte le province hanno messo a segno una crescita del mix occupazionale uomini e donne e oggi si può osservare una forbice che va dal 33,4% di Caltanissetta fino al 38,1% di Messina.

Peraltro, in Sicilia si osserva un fenomeno abbastanza in controtendenza rispetto a quanto accade nel panorama nazionale. Se, infatti, la top ten delle province italiane per maggiore presenza di donne nel tessuto occupazionale del territorio vede la presenza di ben otto capoluoghi di regione (con le uniche eccezioni costituite da Biella e Belluno), in Sicilia al di la del dato di Messina (che in quanto città metropolitana può essere considerata sullo stesso livello dei capoluoghi di regione), si osservano livelli di femminilizzazione piuttosto bassi sia a Catania ma soprattutto Palermo che sono i territori metropolitani in cui le donne sembrano fare più fatica ad imporsi.

*Istituto Tagliacarne-Area Studi e ricerche – Ufficio di Statistica Sistan

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