Studi legali italiani e reputazione on-line

toghe appese

La reputazione che hanno in rete gli studi legali italiani non corrisponde a quella ‘fisica’. Abituati all’impostazione più tradizionale della professione gli avvocati italiani, chiusi dentro i rispettivi uffici legali, non hanno, infatti, saputo stare al passo con la rivoluzione che ha invaso il web. 

 

di Daniela Mainenti

 

Questo è il risultato di una ricerca condotta da RUO, RESEARCH UNIT ONE, centro di ricerca sulla comparazione giuridica, www.ruo.it riguardante la reputazione “online” dei maggiori studi legali nazionali per volumi d’affari e per fatturato. Il risultato? Da un lato, gran parte della categoria non ha badato a spese per le proprie sedi fisiche, optando per location prestigiose, zone cittadine centrali e comfort di ogni tipo e funzione, dall’altro invece si è finito col trascurare, sottovalutandolo, l’altrettanto importante fronte che riguarda la presenza in rete.

Neppure gli studi che sono ai primi posti tra i più noti (Chiomenti, Bonelli Erede Pappalardo e Nctm), pur restando ai vertici anche sul mercato “reale” dei servizi, possono vantare un’analoga capacità nell’utilizzo degli strumenti del web 2.0, quindi in particolare dei social network, dei blog e dei forum di discussione. Si può affermare, a ragione, che gli studi d’affari italiani, pur non essendo all’anno zero della presenza su Internet, non siano ancora stati in grado di fare passi avanti significativi al fine di ottenere e consolidare un rimando d’immagine e di prestigio, degno delle rispettive nomee sul campo, anche attraverso il canale della rete.

I portali ed i siti internet sono oramai la norma, ciò nonostante  risultano ancora troppo spesso operazioni segregate ad attività di importanza marginale. Analogamente anche gli strumenti del web 2.0 solo in rari casi vengono utilizzati come importanti rilanci ai fini promozionali del brand e per estendere la platea dei clienti. Oltre alla semplicistica creazione di siti-vetrina con allegate foto e curricula degli avvocati affiliati, gli studi italiani risultato infatti ancora molto indietro rispetto alla necessità dei clienti di reperire servizi qualificati attraverso il mezzo informatico.

Ciò vale sia per gli studi più agè fino agli juniores,

L’errore più grossolano in cui incappano molti avvocati italiani  è quello di ritenere il rapporto fiduciario interfaccia con il cliente un espediente basilare, e dunque da solo sufficiente per poter restare sul mercato futuro.

La ricerca, registrando quali e quanti studi possono annoverarsi tra i più menzionati, nel corso dell’ultimo anno, nelle notizie apparse online, vede primeggiare sì alcuni nomi (ancora Chiomenti e Bonelli Erede Pappalardo), ma più che altro in virtù di notizie “reputazionalmente” discutibili inerenti, o la presenza dei rispettivi soci in certi consigli d’amministrazione, o viceversa le vicende giudiziarie di qualche partner.

Facendo poi menzione del quadro della cosiddetta presenza enciclopedica in rete dei professionisti, la cornice che si prospetta non è affatto allettante. Se si cerca infatti su Wikipedia il numero degli studi italiani di cui si parla, a figurarne ne appaiono soltanto tre (i soliti Chiomenti, Bonelli Erede Pappalardo e Nctm); dei restanti dieci che rientrano nel panel dei più rilevanti (Carnelutti, Cba, d’Urso Gatti e Bianchi, Gianni Origoni Grippo Cappelli e partner, Grimaldi e associati, Lombardi Molinari e associati, Ls Lexjus Sinacta, Pavia e Ansaldo, Pirola Pennuto Zei e associati, Tonucci & Partners) non si riesce a reperire alcuna traccia. Da questo scenario deludente diventa dunque palese come, al giorno d’oggi, il tema della reputazione online degli studi stia diventando il fulcro nodale dell’attività di tutti i professionisti che operano in ambito legale.

Per quanto concerne infine l’aspetto prettamente economico, al momento non risulta ancora possibile affermare con certezza quale sia la relazione tra la reputazione online di uno studio ed il rispettivo volume d’affari, cioè quale e quanta rilevanza può giocare su un fatturato una buona o una pessima stima ‘virtuale’.

E’, quindi, opportuno che si inverta al più presto la rotta ‘tradizionalista’ mantenuta agli avvocati italiani, orientando così gli addetti ai lavori a colmare la distanza che si è creata con il tessuto delle piccole imprese, le quali da sempre mostrano una certa diffidenza verso i grandi studi legali soprattutto in virtù della scarsa trasparenza ed accessibilità delle parcelle.

Oggi alle stesse viene invece data la possibilità di ridurre il distacco proprio grazie ai nuovi canali comunicativi nonché alla maggiore flessibilità dei professionisti del settore. Spetta ora agli studi legali valorizzare questa notevole opportunità.

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